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CRONICHE
DI
GIOVANNI, MATTEO E FILIPPO VILLANI
SECONDO LE MIGLIORI STAMPE
B CORREDATE
DI NOTE FILOLOGICHE E STORICHE
TESTO DI LINGUA. .^y. y -^
VÒL. I.
^v
TRIESTE
SEZIONE LBTTERARIO-ARTISTIGA DEL LLOYD AUSTRIACO
i
l^;MgnUU del Uofl Aaifrlgoo
CENNI INTORNO ALLA VITA
DI
GIOVANNI VILLANI.
Nacque Giovanni Villani nella seconda metà del secolo Xm in Firenze di nobilissima famiglia data al commercio ed a' servigi della patria. L'ozio e l'inerzia non erano ancor tenuti a virtù, né $al|t^ 9I po^r^ ; pnd' e^ stesso fu a4 un tentpo merc^^ipite, uom di lettere e magistrato della repubblica.
All'entrare del 1300, preso il bordone da pellegrino, vagava oscuro per le vie di Roma, tra i cento popoli che, quasi adunati dalla tromba dell'angelo, vi si accalcavano al giid^neo. Avvenutosi à Dante sulla tomba degli ApostoU, e con lui inspiratosi nel grande pensiero cattolico, potè meglio far sentire una parola di pace e piangere, forse incontaminato, le fasioni de' Blandii e de' Neri, che allora tingevano Firenze di sangue firatemo. Nò dal sangue riposò la sua vista, dopo essere passato in Francia ed in Fian^. IVavagUavansi que' paesi in guerra feroce: ne vide egli^ne meditò le vicende ad una ad una: fu tratto infine a monidirae sid campo di Mons-en-Puelle (1304) pocbi giorni dopo la vittoria & Filippo il BeUo sopra i Fiamminghi.
Negli anni 1316 e 1317 sedendo fira i priori della repubblica volle e, per arte nuova, ottenne pace con Pisa. UfiSciale della moneta, raccolse a grande studio le memorie della secca fiorentina; amministratore del pubblico bene, fu, quanto mai altri, oculato e indefesso. Di nuovo occupando quel supremo grado nel 1321, afforzò di torri e di bastile Firenze, combattè da forte tmUfo Costruccio signor di Lucca, ma divise co' suoi la vergogna (se non fl rimorso) d'essersi lasciato fuggire per discordia de' capi sotto Firenze quel terribile nemico, già messo in volta e quasi preso. Per tre anni quindi provvide e campò dalla fame (1328-30) i cittadini angustiati da terribile carestia: ma ecco assalirlo l'invidia, accusarlo di usurpato denaro pubblico; ed egli a uscirne luminosamente giudicato innocente. Ostaggio di guerra presso Mastino della Scala in Ferrara, non ne fu libero, che per vedere di nuovo la patria ardere di guerra, darsi da stolta in balia a Gualtiero Duca d'Atene, che troppo le fé' sentire fatali gli amori collo straniero, e indi levarsi a tumulti, cacciarlo vituperosamente, ma sempre a pena di sangue, più onorata che possente. Alla fine per fallimento altrui, senza alcuna sua colpa, chiuso in un carcere, s'ebbe il premio dei grandi, l'ingratitudine del suo popolo^ e fini tra le prime vittime della peste nel 1348.
In Roma al giubileo, come cento anni innanzi per singolare accidente Ricordano Halispini, fece disegno di scrivere la storia di Firenze. L' aspetto, egli dice, di que' maestosi edifid, la lettura delle gloriose imprese de' Romani immortalmente descritte da Sallustio, da Livio, da Valerio Massimo e da altri maestri di storie, il considerare in fine che la città di Firenze, figliuola e fattura di Roma, era nel tuo montare, e a seguire grandi cose, siccome Roma nel suo calare, svegliarono in lui il pensiero di scrivere gli avvenimenti della sua paMa per dare memoria ed esempio a quelli che sano a f>enire. La cronica in 12 libri discorre le vicende di Firenze dalla sua fondazione all'anno 1348, e loro aggiunge quelle delle altre terre d' Italia. In quel che narra dei tempi remoti corre dietro alle tradizioni trasnaturate daDa barbarie 0 dalla favola, e copia alla lettera, senza citarlo mai. Ricordano Malispini, ma sobrio e veritiero nei fatti dell' età sua, non ti pare quel desso che per narrare la storia di tìreìoe si fa dalla torre di Babele. Vero storico, non ci dà una gretta e nuda narrazione di
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fatti, ma li accompapia deHe proprie osservazioniy tatto esamina, confronta, giudica : come uomo d* affari, non fa conto che di cose positive, le gravi sentenze degli antichi applica alla pratica della vita, d'ogni avvenimento indaga le ragioni: inizia tra noi, a dir breve, la crìtica della storia. Come caldo partigiano de' Guelfi impronta del suo pensare e sentir politico ogni pagina : talora un disordinato amor paMo gli fa velo al purgato giudizio, ma, nò cieco nò ingiusto, vede quasi sempre il bene della parte avversa e lo narra. Testimonio della cac- ciata di Dante, non solo ardisce parlare con affetto e riverenza di lui, ma gridarne ingiusto r esigilo.
Senza pretendere a letterato, scriveva come gettava la penna, curante de' fatti della patria , non dì gloria. Se talvolta fallisce la grammatica e fa sentire d'aver vissuto in Francia, tal altra nel racconto delle patrie glorie s' accende cosi, che dal semplice passa ad un far pittoresco e sublime. Fatte poche eccezioni, io son col Salvini, che la purUà della lingua in Giotanni Villani è maraeigliosa olire ogni credere. Ed al giudizio del Salviati egli ha legatura di t>oei semplice e naiurale; ninna cosa di sovercUOy ninna per ripieno^ mUla di s fonato^ niente di arUUciaio vi sa scoprire il lettore; non pertanto m quella semplicità si foede una colai leggiadria e belle%%a, simile a quella che not reggiamo tu foago ma non lisciato toUo di noòU donna o don%ella.
Blbllogrrafla delle Chponlehe de* ire TUlani.
VILLANI 6I0VANNL I primi 10 libri deUe storie, Veaesia, Zanetti 1537 in fogl. Prima edis. — I Ubri XI e Xn Firenie, Torrentino 1554 in 8.*~ La Storia, Vene^ Nic. Berflaqna ad istania de' Girati di Fireue 1559 in 4.* — Firense, Giunti 1587 in 4.* Edo. citata dall' Aoeademia deQa Crusca. —
VILLANI MATTEO. Istoria, Venesia, (pei Quem) ad istansa de' Girati, 156S, in 4.* ED. Cb. — La mededma con V aggiunta di Filippo 9uo figVMo (qnest' aggiunta non t* è). Ed. Cr. —
ISTORIA DI MATTEO VILLANL Li tre oltìmi libri eoe. eoo un'aggirata di Filippo VILUMI suo fidinolo eoe. Fi- renze, Girati 1577 in 4.* ED. Cr.
VILUkMI GIOVANNI, MATTEO e FILIPPO. Istorie. Milano 17S9 toI.9 in fos^(i volumi X1II,XIV della Raoeolta Rmm HaL BcripL di Lod. Murai) — Milano, Tlpogr. de' Class, ital. 180S-1808 toI. 8, in 8.*— Firenie per il Magfaeri 1828 vd. 8, in 8.* con ritratto. — Firense, Sansone Coen 1844, rol. 7, in 4.*— Milano, Borroni e Seotti 1848.
Questa Edidone fti esemplata sulla Flreotfna del 1844, eoi riseontro delle migliori e pi& antiche ne' passi dubbt
DOTT. A. BACHELL
CRONICA
DI
GIOVAIVNI VILLANI
LIBRO PRIMO
Questo libro si cliisms U nuova cronica, nel qiiale si tratta di più cose passate, e spezialmente dell'origine e co- mindaxnento della città di Firenze, poi di tutte le mutazioni ch'ha avute e avrà per gli tempi: cominciato a compilare negli anni della incarnazione di Gesù Cristo 1300. Comincia il prolago, e il primo libro.
CAPITOLO L
Con dò sia cosa che per gli nostri antichi Fio- rentini poche e non ordinate memorie si trotino dei fatti passati nella nostra città di Firenze, o per di- fetto della loro neglìgenzia, o per cagione che al tempo che Totile Fia^ellum Dei^ la distrusse si perdessono scrìtiare; io Giovanni cittadino di Firenze, considerando la nohiitè e grandezza della nostra città a* nostri pre- senti tempi, mi pare che si conyegna di raccontare e fare memoria dell^orìgine e cominciamento di così fa- mosa città, e delle mutazioni avverse e felièi, e fatti passati di quella; non perch'io mi senta sofRciente a tanta opera fare, ma per dare materia a' nostri suc- cessori di non essere negligenti di fare memorie delle notevoli cose che avverranno per gli tempi appresso noi, e per dare esemplo a quelli che saranno delle mutazioni e delle cose passate, e le cagioni^ e per- chè; acdocch' eglino si esercitino adoperando le TÌrtndi e schifando i vizi, e Favversitadi sostegnano con forte animo a bene e stato della nostra repub- blica. E però io fedelmente narrerò per questo libro in piano volgare, acciocché gli laici ^ siccome gli iUetterati ne possano ritrarre frutto e diletto ; e se io nolla parte ci avesse difetto, lascio alla corre- zione de' più savi. E prima diremo onde fh il co- mìndamento della detta nostra città, conseguendo
' TotOa nel 849 di G. C. pose stretto assedio a Firenze, non la distrasse. AttOa e non TotUa fo detto HageUmt Dtij 6 ad Attila pure da parecchi cronisti e dal Boccaccio fti attribuita la distruzione di Firenze. In Dante altri legge md cener che di TotOa rinuue, altri di AttOa. H Villani errò cogli uomini più grandi del suo tempo.
' la»09, que^ che non è iniziato né abile a trattare le cose sacre: e perchè da un certo tempo addietro lo studio era per lo più de' soli preti e de' frati, co^ laico valeva mmMo, idiùta. Al contrario cherici si ehiamaroi)p i dotti.
per gli tempi infinochè Dio ne concederà grazia; e non senza grande fatica mi travaglierò di ritrarre e di ritrovare di più antichi e diversi libri, e croniche e autori, le geste e' fatti de^ Fiorentini compilando in questo; e prima Torigine dell'antica città di Fie- sole, per la cui distruzione fu la cagione e 1 co- minciamento della nostra città di Firenze. E perchè !*esordio nostro si comind molto di lungi, in rac- contando in brieve altre antiche storie, al nostro trattato ne pare di necessità; e fla dilettevole e n- tile e conforto a^ nostri cittadini che sono e che saranno, in essere virtudiosi e dì grande operazione, considerando come sono discesi di nobile progenie e di virtudiose genti, come furono gli antichi buoni Troiani, e* valenti e nobili Romani. E acciocché To- pera nostra sia più laudabile e buona, richeggio Taiuto del nostro Signore Gesù Cristo, per lo no- me del quale ogni opera ha buono comindamento, mezzo, e fine.
CAPITOLO n.
Catne per la confusione della torre di Babel si cominciò ad abitare U mondo.
Noi troviamo per le storie della Bibbia e per quelle degli Assirìani, che Nembrot il gigante fu il primo re, ovvero rettore e ragunatore di congre- gazione di genti; ch^egli per la sua forza e se- guito signoreggiò tutte le schiatte de^ figliuoli di Noè, le quali furono settantadue; ciò furono ven- tisette quelle che usciron di Sem i! primo figliuolo di Noè, e trenta quelle di Cam il secondo figliuolo di Noè, e quindici quelle di Giafet il terzo figliuolo di Noè. Questo Nembrot fu figlinolo di Cus che fu figliuolo di Cam il secondo figliuolo di Noè, e per lo suo orgoglio e forza si credette conlrastare a
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CROm(»B
Dio, dicendo che Iddio era eifoore del cielo, ed egli della terra; e acciocché Dio non gli poteeee più naocere per dilorio d* acqua, come aTca fatto alla prima etade, si ordinò di fare la marayigliosa opera della forre di Babel; onde Iddio per con- fondere il detto orgoglio, subitamente mandò con- fiisione in tutti i viventi, e che operavano la detta torre fiure; e dove tatti parlavano una lingua (dò era Tebrea), si variare in settantadue diversi lin- guaggi, che Tuno non inlendea T altro. E per ca- gione di ciò, rimase per necessiti il lavoro della detta torre, la quale era si grande, che girava ottanta miglia, e era già alta quattromila passi, e grossa mille passi, che ogni passo è braccia tre delle no- stre. E poi quella torre rimase per le mura della grande città di Babilonia la quale è in Caldea, e tanto è a dire Babilonia, quanto confusione; e in quella per lo detto Nembrot e per gli suoi fturono prima adorati gV idoli di falsi Iddii. E fu cominciata la detta torre, ovvero mura di Babilonia, settecento anni appresso che fu il diluvio, e dumila trecento cinquanta quattro anni dal cominciamento del secolo infine alla confusione della torre di Babel. E tro- viamo che si penò a fare anni cento sette : e le genti viveano in que^ tempi lungamente. E nota che in lunga vita, aveiydp pih mogli, aveano molti fi- gliuoli e discendente e multiplicaro in molto po- polo, tutto ^ fosse disordinato e sansa legge. Della detta dttà di Babilonia lu primo re che cominciasse battaglie Rino ftglivolo di Belo, disceso di Assur figliuolo di Sem, il quale Mino fece la grande città di Ninive; e poi dopo lui regnò Semiramide sua moglie in Babilonia, che fii la più crudele e disso- luta femmina del mondo, e questa fu al tempo di Abraam.
CAPITOLO m.
Cam^ if pofi^ U numdo i» Ire parU^ e delia prima detta Ano.
Per cagioi»^ dellfi detta confusione, convenne di necessità eh' (^* tribi ^ e le schiatte de' viventi ch'allora erano, si dipartissero e abitassonq diversi paesi; e la prima generale partigione fu, che in tre parti si divise il mondo, per le schiatte de' primi tre figliuoli di Noè. La prima e maggiore parte m chiamò Asia, Ut quale contiene quasi la metade e più di tutta la terra ^bitata^ cioè tutta la parte da levante, cominciando dal mare Oceano, e Paradiso terrestre: partendosi dalla parte di set- tentrione dal fiume di Tanai in Soldania che mette foce in sul mare maggiore detto per la Scrittura Pontico; e dalla parte di meiaodl si parte e con- fina al diserto c)^ parte SoHa da Egitto, e per lo fiume del Nilo ohe fa foce a panciata in Egitto, e mette capo nel nostro mare. Questa parte d'Asia contiene pjb pr9TÌi|0« \n si, Gamia, e Indii^ e Cal-
' »rfiocM, qmnUmqué.
3 €h$ i tHbi, cài h tata; da triko usatifsimo per uni ìfffm49*
dea, e Persia, e Assiria, Mesopotanua, Media, Er- minia, Georgia, e Turchia, e Seria, e molte altre province. E questa parte abitare i discendenti di Sem, il primo figliuolo di Noè.
CAPITOLO IV.
Della seconda parte del maado detta Affrica^ e de" suoi amfkU.
La seconda parte si chiamò Affrica, la quale da levante conùncia i suoi confini dal sopraddetto fiume del NOo, dal messogiorno infino nel ponente allo stretto di Sibilia e di Setta, cinta e circondata dal mare Oceano, che si chiama il mare di Libia ; e dal settentrione confina col nostro mare detto mittaterreno^. Questa parte ha in se Egitto, Numi- dia, Moriena, e Barberia, e 1 Garbo, e '1 reame di Setta, e più altre selvatiche province e diserti. Questa parte fu popolata per gli discendenti di Cam il secondo figliuolo di Noè.
CAPITOLO V.
Della ter%a parte del mondo detta Europa e df* fnot c^/bM.
La teru parte del mondo si chiama Europa, la quale cominda i suoi confini da levante dal fiume detto Tanai, il quel è in Soldania, ovvero in Cuma- nia, e mette nel mare della Tana nominato dal detto fiume, e quel mare si chiama maggiojre; ui sul qual mare e parte d' Europa si è parte di Cufnania, Ros- sia, e Bracchia, e Bulgaria, e Abmia, atendendosi sopra quel mare infine in Costantinopoli; e poi vano il meuogiorno Saloniche, e l'isole d^Arcipelago |iel nostro mare di Gracia, e tutta Grecia eooip|ien4e in- fino in Acaia ov' è la Morea; cf poi si torce verso settentrione il mara detto seno Adriatico, ^biamato oggi Golfo di Yinegia, sopra il quale è parie di Ro- mania verso Durauo, e la Schiavonia, e alcuno capo d'Ungaria, e stendasi infino ad Istria, e Frioli, e poi torna alla Marca di Trevigi, e alla città di Yinegia; e poi verso \ì mezsogiorpo aggirando il paese d'Ita- lia, Romagna, ^ Ravenna, e la Marca di Ancoim, e Abruzsi, e Puglia, e vanne infiuo io Calavra allo 'n*^ contro a Messiua, e I'ìboIii di ^cilia ; e poi tornan- do verso ponente per la riya del nosb'o mare 9 Na- poli e Gaeta infino a Roma ; e poi la MareaMM e 1 paese nostro di Toscana infino a Pisa e Genova, la- sciandosi allo 'ncontro l'isola di Corsica e di Sardi- gna, conseguendo la Proenu, i|ipresso la CatalogMt e Araona, e l'isola di MaioUca, e Granata, e parte di Spagna infino allo stretto di Sibilia ove s'affironU con Affrica in piccolo spasio di mate; e pei folge a Hwna diritta in sulla riva di fieri del gnmde mare
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1 MedUemmeo. I testi pia ipitichi lagone mUiflf^rrma, mtUrterrmo, qaiiai dloes^ jpotto »h n^gso 0 terr^» • qa«l modo che ^\i fatichi di^ro f^H^^ P^ h¥^ ^ meuo. Di qui ^n fptt» probabilità {( n^e fi «ar pT<'
DI GIOVANNI VILLANI.
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Oceano, cireondando la Spagna, Castella, Portogallo e Galizia verso tramontana, e Navarro, e Brettagna, e Normandia, lasciandosi allo ^ncontro l' bole d' Irlan- da; e poi conseguendo, Piccardia e Fiandra ed il reame di Francia, lasciandosi allo ^ncontro verso tra- montana, in piccolo spazio di partimento di mare, risola dlnghUterra, che la grande Brettagna Ai anti- camente chiamata, e Tisola di Scozia con essa. E poi di Fiandra consegqendo verso levante e tramontana, Isilanda, e Olanda, e Frisinlanda, Danesmarche, Nor- vea, e PoUonia, conchindendo in se tutta Alamagna, e Boemia, e Ungane, e Sassogna; e poi è Gozia e Svezia, tornando in Bossia e Cnmania al sopraddetto confine ove cominciammo del fiume di Tanai. Questa terza parte cosi confinata ha in se molte altre pro- vince in fra terra che non sono nominate in questo, ed ò del tanto ^ la più popolata parte del mondo, pe- rocché tiene al freddo, ed è più temperata. Questa Europa prima fu abitata da' discendenti di Giafet il terzo figliuolo di Noè, come faremo menzione appres- so nel nostro trattato; ed eziandio secondo che rac- conta Bscodio ^ maestro di storie, Noè in persona con Giano suo figliuolo, il quale ebbe poiché fu il Diluvio, pa vennero in questa parte d'Europa nelle piqrlp 4'l*<di^ e là finì sua vita; e Giano vi rimase, ^ 41 M Pfcirono grandi signori e popoli, e fece aiiolte cose in Italia,
CAPITOLO VI.
Co$M U re AUalanie nàto di quùUo grado di Già-- fei, figliuolo di Noè, prima tenne in Europa.
In tra gli altri principali, e che prima arrivasse in questo postro paese d'Italia, partendosT'dalla con- fo^ione della torre di Bab^l, fu Attalante ovvero At- talo, il quale fìi figliiiplQ di Tagran, o Targoman che fa figlinolo di Tirras, il quale fu figliuolo primo di Giafet. Altri d^ottorì scrissono che questo Attalo fu de^ discendenti di Cam il secondo figliuolo di Noè, in questo modo; che Cam ingenerò Cus, e Cus in- generò Nembrot il gigante, ond' è fatta menzione; Nfinlli'ot ingenerò Crea, che fu il primo re e abita- tore deir isola di Creti, che per suo nome così fU nominata; Crea ingenerò Cielo, e Cielo ingenerò Sa- turno, e Saturno generò Giove e Attalo. Di questa niWU>qfi Qifxvio | re di Grecia e de' Latini ; ma non pp}|rò il 4^^ A(Mil<uite ovvero Attalo; anzi troviamo €Ì^ 4i Sf^^fv^Q napque Giove, come dice dinanzi^ e Tajpfffio: ^ qmeUp QiQve re di Greti cacciò Saturno a^ jHid^ 4^ v^S9f>y e venne bene Saturno in Italia, e fi^ \f^ t^Hf/k di ^Mtrì detta Saturna, e di lui disce- soAO poi i re d>9i Latini, come innanzi faremo men- lì^e. Va i| distto Tantalo fu re in Grecia, e trovia- 190 4'ebbe grande guerra con Troio re di Troia, i^'o^^ Ganimede figliuolo di Troio. Ma Terrore
> dd tanto vale iti prcpùraiane,
* Intendi Estodio o Metodìo, del quale liartino Polono nellA sna cronica a pag. 7 (Basilea 1554) cita un passo che toma a capello colle parole del Villani
* Questo dice k da riferire ad Estodio cronista.
dello scrittore Ai di Tantalo ad Attalo ; ma la vera progenie fu da Attalo detto Attalante, come dicemmo dinanzi.
CAPITOLO vn.
Come U re Attalante prima edificò la ciuà di Fiesole.
Questo Attalante ebbe una moglie ch'ebbe nome Elettra. Questa Elettra moglie d' Attalo fu figliuola d'un altro Attalante re, il quale fu de' discendenti di Cam secondo figliuolo di Noè. Quello Attalante abitò in Africa giù nel ponente, quasi di contro alla Spagna, e per lui nominiamo prima il grande monte eh' è là, monte Attalante, che si dice eh* ò sì alto che quasi pare tocchi il cielo, onde i poeti in loro versi feciono favole, che quello Attalante sostenea il cielo; e ciò fìi che fu grande astrolago. E sue sette figliuole si con- vertirò nelle sette stelle del Tauro che volgarmente chiamiamo Gallule^. L'una di quelle sette sue figliuole fu la sopraddetta Elettra moglie d' Attalante re di Fiesole, il quale Attalante con Elettra sua moglie con molti che '1 seguirò, per agurio^ e consiglio d' Apol- lino suo astrolago e maestro, arrivò in Italia nel paese di Toscana, il quale era tutto disabitato di gente umana ; e cercando per astronomia tutti i confini di Europa, per lo più sano e meglio assituato luogo che eleggere si potesse per lui, sì si. pose in sul monte di Fiesole, il quale gli parve forte per sito e bene posto. E in su quello poggio cominciò e edificò la città di Fiesole, per consiglio del detto Apollino, il quale trovò per arte di stronomia, che Fiesole era nel migliore luogo e più sano che fosse nella detta terza parte del mondo detto Europa. Imperocch' egli è quasi nel mezzo intra due nari che aeoerehiano Italia, cioè, il mare di Boma e di Fisa che la scrittura chiaipa MUtalerrena^ e il mare ovvero seno Adriatico, che oggi s'appella il Golfo di Vinegia; e, per cagtone de' detti mari e per le montagne che vi sono intoriio, vi regnano i migliori venti e più sani ohe in altra parte, e ancora per le stelle che signoreggiano so- pra quello luogo. E la detta città fu fondata sotto ascendente di tale segno e pianeta, che dà allegrezza e fortezza a tutti gli abitanti più ch'in altra parte d' Europa; e come più si sale alla sommità del monte, tanto è più sano e migliore. E nella detta dttade ebbe uno bagno, il quale era chiamato bagno reale, che sanava molte infermitadi; e nella detta cittade venia per meraviglioso condotto delle montagne di sopra a Fiesole acqu^ di fontane pnissime e san^, onde la città avea grande abbondai^a. E fece Attalante mu- rare la detta città di fortissime mura, e di maravi- gUose pietre e grossezza, e con grandi e forti torri, e una rocca in su k sommità del monte di grandis- sima bellezza e fortezza, ove abitava il dette re, sic- come ancora si mostra e può vedere per le fonda-
* OaXMtj ffoUintUet gaUky nome velgare deUa eostéDa* zione detta le pleiadi dai Greci.
^ Oggi ciugurioj e il volgo dice anche uria 0 preienH- mmto. r ho cmi^urUf mi vim cer^ urie odasi spesso nel contado, ad anche fare, dire a uria ima omo. Onde gli antichi per augurio dicevan anche apiraf agmia.
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CRONICHE
menta delle dette miira, e per lo sito forte e sano. La detta città di Fiesole multiplicò e crebbe d'abitanti in poco tempo, sicché tutto il paese e molto di lungi a se signoreggiava. E nota ch'ella fu la prima città edificala nella detta terza parte del mondo chiamala Europa, e però fu nominata Fia sola, cioè prima sanza altra città abitata nella detta parte.
CAPITOLO vin.
Come AtUUante ebbe tre figliuoli. Italo, e Bardano e Sicano,
Attalante Re di Fiesole, poich'ebbe fatta la detta città, ebbe d'Elettra sua moglie tre figliuoli; il pri- mo ebbe nome Italo, e per Io suo nome fu il regno d' Italia nominato, e ne fu signore e re; il secondo figliuolo ebbe nome Dardano, il quale fu il primo ca- valiere che cavalcasse cavallo con sella e freno. Al- cuni scrissono che Dardano fu figliuolo di Gio>e re di Creti e figliuolo di Saturno, come addietro è Fatta menzione; ma non fu vero, perocché Giove rimase in Grecia, e' suoi discendenti ne furo re e signori, e sempre nemici de* Troiani, ma Dardano venne d'Ita- lia, e fu figliuolo d'Aitalo, come la storia farà men- zione. E Virgilio poeta il conferma nel suo libro del- l'Eneide, quando li Dei dissero ad Enea che cer- casse il paese d'Italia, là ond' erano venuti i suoi anticessori eh' avevano edificata Troia, e così fu vero. II terzo figliuolo d'Aitalo ebbe nome Sicano, quasi in nostro volgare sezzaio, il quale ebbe una bellissima figliuola nomata Candanzia. Questo Sicano n' andò nell'isola di Cicilia, e funne il primo abitatore, e per Io 600 nome hi prima l' isola chiamata Sicania, e per la varietà di volgari degli abitanti é oggi da loro chiamata Sicilia, e dai Taliani Cicilia. Questo Sicano edificò in Cicilia la città di Saragosa, e fecela capo del reame ond' egli fu re e i suoi discendenti appresso per grandissimo tempo, come fanno men- zione le storie di Ciciliani, e Virgilio nell' Eneide.
CAPITOLO IX.
Come Italo e Dardano vennero a concordia a cui
dofoesse rimanere la città di Fiesole e il
regno d'Italia,
Morto il re Attalante nella città di Fiesole, ri- masero appresso di lui signori Italo e Dardano suoi figlinoli; ed essendo ciascuno di loro signori di grande coraggio, e che ciascuno per se era degno di signoreg- giare il regno dltalia, sì vennero tra loro in questa concordia, che dovessero andare con loro sacrifici a sacrificare al loro Iddio alto Marte \ il quale adora- vano; e fatti i sacrifici, il domandarono, quale di loro dovesse rimanere signore in Fiesole, e quale di loro dovesse andare a conquistare altri paesi e reami. Dal quale idolo ebbono risposto ^, o per commissione
divina, o per artificio diabolico, che Dardano dovesse andare a conquistare altre terre e paesi, e Italo do- vesse rimanere in Fiesole e nel paese d' Italia. Al quale comandamento e risponso così assegniro ^ che Italo rimase nella signoria, e di lui nacquero grandi signori, che appresso di lui signoreggiaro non sola- mente la città di Fiesole e la provincia intorno, ma quasi tutta Italia, e molte città v'edificaro; e la detta città di Fiesole montò in grande potenzia e signoria, infìnochè la grande città di Roma non ebbe stato e signoria. E con tutta la grande potenzia di Roma, sempre le fu la città di Fiesole nemica e ribella, in- finoché per gli Romani non fu disfatta, come innanzi farà menzione la vera storia. Lasceremo di più dire al presente de' Fiesolani eh' a luogo e tempo tome- remo alla storia, e seguiremo come Dardano si parti di Fiesole, e fu il primo edificatore della grande città di Troia, e l'origine dei re de' Troiani, ed eziandio de' Romani.
CAPITOLO X.
Come Dardano arritò in Frigia, e edificò la città di Dardania, che poi fu la grande Troia,
Dardano com'ebbe comandamento dal rispon- so del loro Iddio, si parti di Fiesole con ApolKno maestro e astrolago del suo padre, e con Candanzia sua nipote, e con grande seguito di sua gente, ed arrivò nelle parti d'Asia nella provincia che si chia- mava Frigia, per lo nome di Friga dei discendenti di Giafet che prima ne fu abitatore; la quale provincia di Frigia si é di là dalla Grecia, passate Tisole d'Ar- cipelago, in terra ferma, che oggi si signoreggia per gli Turchi e si dice Turchia. In quello paese il detto Dardano per consiglio e arte del dello Apollino co- minciò ad edificare, e fece una città in sulla riva del detto mare di Grecia, alla quale per lo suo nome pose nome Dardania, e ciò fu 3200 anni dal comin- ciamento del secolo. E così fu Dardania chiamata mentre Dardano vivette, e eziandio i figlinoli.
CAPITOLO XI.
Come Dardano ebbe uno figliuolo eh* ebbe nome
Tritamo che fu padre di Troio, per lo quale la
città di Troia fu così chiamata.
Il quale Dardano ebbe nno figliuolo ch^ebbe no- me Tritamo: di Tritamo nacqne Troio e Toraio, ma Troio fu il piik savio e valoroso, e per la sua bontà fu signore e re della detta città e del paese d'intor- no, e con Tantalo re di Grecia figliuolo che fu di Saturno re di Creti, onde fhcemmo menzione, ebbe grande guerra. E poi dopo la morte del detto Troio, per la bontà e senno e valenzia che in lui era re- gnata, sì piacque al figliuolo e agli uomini della sua città, che per lo suo nome sempre la detta città fosse chiamata Troia; e alla principale e maestra porta della città, per la memoria di Dardano, rimanesse il nome che avea prima la città, cioè Dardania.
' n testo DavansAti legge : saerìfieca'e U loro Dio àUo Marti Io sto coU'edisione Zanetd e coUe Oiantme. ' fu loro rispoHo,
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BIBLIOTECA
CLASSICA ITALIANA
i.
SECOLO XIV.
]V#'91.
CRONICHE
DI
GIOVANNI, MATTEO E FILIPPO VILLANI.
19
CRONICHE
CAPITOLO XV.
Cùw^ I Greci che si partirono dair assedio di Troia^ quasi tutti arrivarono male ^
DisbnlU Troia, i Greci che sì partirò dalF as- sedio la maggior parte arrìvaro male, cbi per for- tona di mare, e chi per discordie e guerre tra loro. Lasceremo ora di ciò, e diremo dei Troiani che scam- paro di Troia come arrìvaro, acciocché seguiamo nostra stona, mostrando l'orìgine de** cominciamenti de^ Romani e poi di noi Fiorentini, come dinanzi promettemmo di narrare.
CAPITOLO XVI.
Come Eleno figliuolo del re Priamo co* figliuoli d'Ettore si partì di Troia,
Intra gli altrì che scamparo e si partirò di Troia, fa Eleno figlinolo del re Prìamo che non era uomo d'arme, e con Ecoba sua madre, e Cassandra saa se- rocchia, e con Andromaca moglie che fn d'Ettore, e con due figlinoli d'Ettore piccoli garzoni, e con più genti che gli seguirò, arrìvaro in Grecia nel paese di Macedonia, e quivi rìcevuti da' Greci popolaro il paese e fecero città; che Pirro figliuolo d'Achille signore del paese prese per moglie Andromaca mo- glie che fu d' Ettore di Troia, e di loro uscirò poi grandi re e signorì.
CAPITOLO XVII.
Come Anti9èoro e Priamo il giotane^ partiti di Troioj edificaro la città di VinegiOj e quella
di Padova,
Un'altra gente si parti della detta distruzione ; ciò fu Antinoro che fu uno de' maggiorì signorì di Troia, e fu fratello di Prìamo, e figliuolo del re Lao- demonte, il quale fu incolpato molto del tradimento di Troia, e Enea li sentì, secondo che scrìve Darìo; ma Virgilio al tutto di ciò lo scolpa. Questo Antinoro con Prìamo il giovane figliuolo del re Prìamo, ch'era piccolo fanciullo, scampò della distruzione di Troia con grande seguito di genti in numero di dodicimila, e con grande navilio ^ per mare navicando, arrìvaro nelle contrade ov'è oggi Vinegia grande città, e in quelle isolette d'intorno si posero, acciocché fossero franchi e fuorì d' ogni altra giurizione ^ e signorìa
' arrivaréj vale prender la noo, approdare. Usasi «oche in significato att Dani Int e XVU. 8en verme e arrivò la tetta e 'l bueto. Dal signif. di approdcure venne quello di pervenire ad un luogo. F^gor. arrwew bene o male vale ca- pitar bene o male, uecir a bene, a male, D Haccbiavelli (commedia senza tìtolo, atto L se. L) disse : egli non fu giammai femnina peggio arrivata di me,
' naivUio, naviglio, namle, vale moUitudine di Ugni da ntmgore armati a guerraf oggi fiotta. Dicesi pare, senza altro, armata.
' giorìsdiaione.
d' altra gente, e di quegli scogli furo gli primi a- bitatorì; onde crescendo poi, si fece la gra&de città di Vinegia, che prìma ebbe nome Antinora per lo detto Antinoro. E poi '1 detto Antinoro si partì di là e venne ad abitare in terra ferma ov' é oggi Pa- dova la grande città, ed egli ne fu il primo abita- tore e edificatore; e Padova le pose nome per^' era infra paludi, e per lo fiume del Po che vi corre as-« sai presso, che si chiamava Pado. Il detto Antinoro mori e rimase in Padova, e infino al presente nostro tempo si rìtrovò il corpo e la sepoltura sua con let- tere intagliate, che faceano testimonianza com' era il corpo d'Anlinoro, e da'Padovani fu rìnnovata sua se« poltura, e ancora oggi si vede in Padova.
CAPITOLO xvra.
Come Priamo il ter%o fu re in Alamagna e' suoi discendenti re di Francia.
Prìamo il terzo figliuolo di quello Prìamo che con Antinoro avea edificata Vinegia, si partì con grande gente del detto luogo e andonne in Pannonia, cioè Ungherìa, e nel paese detto Sicambra; e cosi la nominare e popolaro di loro gente, e per la pro- dezza e virtù del detto Prìamo ne fu re e signore. Questa gente erano chiamati Galli, ovvero Gallici per- ch'erano biondi; e stettono nel detto luogo lungo tempo, infino alla signorìa dei Romani, quando signo- reggiavano la Germania, cioè Alamagna, infino al tempo che regnava Valentiniano imperadore intorno gli anni di Crìsto 367. Allora il detto imperadore per cagione eh' e' detti Galli gli ataro ' conqui- stare una gente eh' avevano nome Alani, i quali s'e-^ rano rubellati dallo ^mperìo di Roma, e per la loro forza gli sottomisero allo 'mperìo, il detto impera- dore li fece franchi dieci anni del tributo che do- veano dare a'Romani, e d'allora innanzi furono chia- mati Franchi, onde poi derìvò il nome de'Franceschi. E a quello tempo era loro signore uno ch'avea nome Prìamo, disceso pel lignaggio del prìmo Priamo che venne in Sicambra. E morto Valentiniano imperadore, e compiuti i detti dieci anni, i detti chiamati Franchi rìfiutaro di dare il tributo allo 'mperìo, e per loro fierezza si rubellaro da' Ronuini, e feciono loro si- gnore Marcomene figliuolo del detto Prìamo, e ur scirono del loro paese di Sicambra, e entrarono io Alamagna, e in quella conquistaro città e castella assai tra '1 fiume del Danubio e quello del Reno, le quali erano alla signorìa de' Romani; e d' allora in- nanzi li Romani non v'ebbono libera signorìa. E '1 detto Marcomene regnò nella Magna treni* anni, ma ancora erano pagani. Appresso lui fu re de' Franchi Ferramonte suo figliuolo, il quale per forza d'arme entrò nel reame che oggi é chiamato Francia, e tol- selo a'Romani. E per lo loro nome in latino fp chia- mata Gallia, e in comune volgare Francia e gli UjO- mini Franceschi, derivato dal sopraddetto nome dì Franchi; e ciò fa nelli anni di Crìsto inlorno iì9.
aiatarono.
DI GIOVANNI VILLANI.
13
CAPITOLO XIX.
Cùme ferrtÈmonte fa U primo re di Francia^ e* suoi discendenti appresso,
FeMmotite primo re di Francia regnò quaranta anni. Appresso Ini regnò Clodius, ovvero Clodoveo il Capellntd dicioifo anni, e prese la città di Cambragio, e *I paese d* intorno che teneano li Romani, e cac- dògli infino al fiume di Somma in Francia. Appresso lai regnò Heroveo suo figliuolo dieci anni, e molto •vantò il suo reame. Appresso lui regnò Elderigo sno figlinolo ventisei anni, ma per lo suo malo reg- gimento, usando sua vita in lussuria^ fu cacciato dai taroni, e toltagli la signorìa, e fuggissi nel Reno al re Bazin, e M dimorò in esilio otto anni; poi fu rap- pellato da^Francescbi. Ed ebbe uno figliuolo chiamato OoTis, il quale presso lui regnò trentanni, e fu uo- mo di grande valore, che conquistò Alamagna, e Co- togna, e poi in Francia Orleans e Sassona, e tutte le terre che teneano i Romani. E fu il maggiore e '1 pA possente de'^suoi anticessori^ e fìi il prìmo re di Francia che fosse cristiano per conforto della sua mo- gh'e chiamata Crociera, la quale era cristiana. Ed es- sendo il detto Clovis assembiato ' ad una battaglia eontm agli Alamanni, si botò^ a Cristo, s'egli avesse vittoria per lo suo nome, si farebbe egli e sua gente erisduio; e per virtù di Cristo cosi avvenne, onde si tottex£ò per mano di santo Remigio arcivescovo a ReBoia; e nel battesimo dimenticando la cresima, venne visibilinente dal cielo una colomba che in becco Tad- dnsae «1 beato Remigio; e ciò fu gli anni di Cristo SOO. Appresso il detto Clovis detto Clodoveo regnò Lotiierì sno figliuolo cinque anni, e appresso Lottieri regnò ChUperìco suo figliuolo ventitre anni. Questi fu litio uccidere dalla moglie chiamata Fredegonda cru- detigtima; rimase di lui uno piccolo figliuolo di quat- tro naesi il quale ebbe nome Lottieri, e regnò qua- iSBtedae anni. Appresso di lui regnò Godoberto suo figfinoio quattordici anni : questi fece fare la chiesa £ sotto Dionigi in Francia. Appresso lui regnò Clovis S80 figlinolo diciassette anni. Questi fu di mala vita, e BM>Ito abbassò il reame; ebbe tre figliuoli, Lottieri, Taderlgo, e Elderigo. Appresso Clovis regnò Lottieri «oo prìmo llg^nolo tre anni; poi fu re Tederigo suo fnbeBo un anno, e fti disposto ^ del reame da^ suoi hmraaà per sna misera vita, e rendèsi monaco a san Mdii%ì; e fbciono re Elderigo terzo fratello, il quale regnò anni dodici. E morto Elderigo, fu tratto della Iftdii di san Dionigi Tederigo monaco, e rifatto re, e regnò poi dodici anni, con tutto che poco si sa- pesse intmnettere del reame; anzi il governava uno graode Barone di Francia suo balio ^ ch^ avea nome flérfflsre. Ma il primo Pipino il quale era de^ mag> fforf sfgnori di Francia figliuolo d^ Ancherse, e per Ito avo podere, veggendo male governare n reame, e
'H a haUagliaf ad ostef ed anche semplice- 4MS»embittr9Ì vale aaaembrani, radunarsi, disporsi, in orcBne per combattere. * Lo seambio del v in & tra gli antichi scrittori è co-
« aio.
per essere signore e balio del regno, si combattè col detto Tederigo re e con Uertaire suo balio, e scon- fissegli in battaglia, e uccise il detto Uertaire, e Te- derigo re mise in prigione, e vivette tre anni. E dopo la sua morte fu fatto re Clovis suo primo fi- gliuolo, e regnò sotto il governo di Pipino (che di tutto era balio sovrano) quattro anni. E dopo lui re- gnò Idelberto fratello del detto Clovis diciotto anni; e poi regnò Dangoberto suo secondo figliuolo quattro anni; e poi regnò Lottieri il quarto suo figliuolo due anni. E tuttora alla signoria deMetti re era Pipino so- vrano balio e governatore di tutta Francia, e fu mentre che fa in vita. E poi regnò Chilperico figliuolo del detto Lottieri cinque anni, e suo general balio fn Carlo Martello figliuolo del primo Pipino, il quale ebbe della sua amica scrocchia di Dodone duca d^Equita- nia. Questo Carlo Martello fu uomo di grande valore e potenzia, bene avventuroso in battaglia: e conqui- stò tutta Alamagna, Savoia, e Baviera^ e Frigia, e Lotteringia, e recolle sotto il reame di Francia. Del sopraddetto Chilperico fu uno figliuolo chiamato Te- derigo, il quale regnò quindici anni al governo del detto Carlo Martello. Appresso lui regnò Elderigo suo figliuolo nove anni; ma non avea se non il nome, e Carlo la signoria. E poi, morto Carlo Martello, il secondo Pipino figliuolo del detto Carlo fìi sovrano balio del reame come era stato il padre. Elderigo re, essendo uomo di poco valore, con volontà del papa Stefano che allora regnava, per molti servigi fatti per lo detto Pipino a Santa Chiesa, e per Carlo Mar- tello suo padre, come innanzi farà menzione, e con volontà di tutti gli baroni di Francia, il detto Elde- rigo re, siccome nomo disutile al reame, fu disposto della signoria, e rendèsi monaco, e mori sanza fi- glinoli, e in lui falli ^ il primo lignaggio de^ re di Francia della schiatta di Priamo. E disposto il detto Elderigo re, come detto è di sopra, fu eonsegrato re di Francia per lo detto papa, e con volontà de^ ba- roni, il buono Pipino, e fu fatto decreto per lo papa, che mai non potesse essere re di Francia altri che di suo lignaggio; e ciò (a gli anni di Cristo 751.
CAPITOLO XX.
Come il secondo P^no padre di Carlo Magno
fa re é^ Francia,
Del sopraddetto re Pipino discese il buono Carlo Magno suo figliuolo, il quale fìi re di Francia e im- peradore di Roma; e appresso lui fiirono sei suoi di- scendenti imperadori di Roma, e piii re di Francia, come innanzi faremo menzione, ove tratteremo del detto Carlo Magno e de^ suoi discendenti; ma per la loro discordia fallì loro lo ^mperio, ed eziandio il diritto stocco ^ reale di Carlo Magno venne meno al tempo d' Ugo Ciapetta duca d* Orliens, fl quale fu poi re di Francia, e sono ancora i suoi discen- denti. Onde noi in questo in brieve quando fia tem- po ne tratteremo, imperocché la loro signoria si mischia molto ne' nostri fatti della città di Firenze, come innanzi foremo menzione. Lasceremo de^ Frana-
si spense. ^ legoaggio.
14 I
ceeelii, e toneremo addietro alla vera Storia d'Enea di Troia onde diacesono gli re e pai gì' imperadorì roBuuti, loniando a nostra meterìa poi della edìBci- zione dì Fireue falla per li Romani.
CAPITOLO XXI.
t parli di Troia e in Affrica.
arrivò a Carlagine
Ancora li partì della detta distruzione di Troia Enea eoo Anchiie sao padre, e con Ascanio sdo fl- glinolo nato di Creusa flgliaola del grande re Prìi- ino, eoo seguito di tremila trecento uomini della migliore gente di Troia, e rìcolsonsi in su ventidae uvi Qneeto Enea fu della schiatta reale de' Troiani in questo nodo : che Ansaraco flglioolo di Troio e fratello d* Ilio, onde al cominciamento è fatta men- lione, ingenerò Danao, e Damo ingenerò Anchiie, e AnchisB ingenerò Enea. Questo Enea fu signore dì grande valore, savio, e di grande prodesza, e bel- lissimo del corpo. Quando si partì di Troia co' suoi, con grande pianto, avendo perduta Creuaa sua mo- glie allo stormo ' dei Greci , st o' andò prima al- l' isola d'Ortigia , e sacrìflcio fece ad Apollo Iddio del iole, ovvero Idolo, donandaDdo consiglio e ri- sponso in quale parte dovesse andare ; dal quale ebbe rìsponso e comandamento che dovesse andare nel paese e terra d' Italia, li onde prima erano ve- nuti a Troia Dardano e' suoi anticessori, e dovesse entrare in Italia per lo porto ovvero foce del finme d'Albola; e dissegU per lo detto risponso, che dopo molte fatiche di mare e battage oells dette terra d* Italia, avrebbe moglie e grande signorie, e della sua schiatta earebbono possenti re e imperadori, quali fisrebbono grandissiaae e notabili cose. Uditi ciò. Enea tu molto riconfortato per la buona risposta e promessa: iDCOntanente si mise in mere con genti e navile, il qnale navicando per più tempo ebbe di molte fortuoe, e arrivò in molli paesi, prima nella contrada di Macedonia ov' ereno già 1 leno, e la moglie, e '1 figliuolo di Ettore: e dopo la dolorosa accoglìenia per le rìcordanu delle mina <l Troia, si partirò. E navicando per diversi mari, ori innanzi, e ora addietro, o a traverao, come genti lÉ gnndi maestri ni I loro che gli guidas- la fortuna e' venti del irisola di Cicilia eh' ire è oggi la città di quale luogo Anchise veccbieua passò di fu soppellito a loro B dopo il grande «ro padre , di là : e per grande fo etta conserva ^ delle l'altra un'altra. E a la gente profondò d'Affrica, non aap-
piendo l'una dell'altra, li dove li facea la nobile città di Cartagine per la possente e bella reina Di- do venuta là da Sidonia, che oggi si chiama Suri ; le quale, il detto Enea e Ascanio soo figlinolo, e latta sua gente delle ventuna navi che e quello por- to si ritroverò, la dette reina accolse eoa grando onore, e meggiormenle , perchè la detta reina di grande amore fu presa d' Enee incontenente che 1 vide , per modo che per lei vi dimorò Enea ptt tempo in tanto diletto, che non si ricordava del oo> mandamento degli Dei cbe dovesse andare in IlaUa ; e per sogno, ovvero visione, per gli detti Dei gli fìt comandato, che più non dovesse dimorare in Affrica. Per la qual cosi sobilamente con sua gente e navilio si parti di CarUgine; e però la detta reina Dido per lo smaniente emore colla spada del detto Enea ella medesima se accise. E chi questa storie più piena- mente vorrà trovare, legga il primo e secondo libro ' dell'Eneide cbe fece il grande poeta Virgilio.
CAPITOLO xxn.
Cowte Enea ormò hi tlatìa.
Partito Enea d'Affrica, ancora capitò in Cicilia li dove avea soppellito il padre Anchise, e io quello luogo fece I' annovale * del padre con grandi gino- rifici, e rìcevettooo grande onore da Aoeata allora re di Cicilia, per lo antico parentado de*Tro- ieni discendenti di Sicano di Fiesole. Poi si parti di Cicilia e arrivò in Italia nel golfo di Baia, cha oggi si chiama JHore moria , al cepo dì Hiseno assai presso dov'è oggi Napoli; nelle quel contrada
boschi e selve grandissime, e per quelle andando Enea, per fatale guida della Sibilla Brittea menalo ta a vedere l' inferno e le pene che vi sono, e poi fl limbo; e secondo che racconta Virgilio nel sello li- bro dell'Eneide, vi trovò e conobbe l'ombre, ovvero imagini dell'anima del suo padre Anchise, e di Dido, e di più altre anime passate. B per lo detto suo pa- dre gli fu mostrato, ovvero per visione notifloato, tutti i suoi discendenti e loro lignorie, e quelli che daveano fare la grande città di Roma. E dicesi per li più, che in quello luogo ove fu per la lavia Si- billa menalo, fue per le divene caverne di monte Barbaro il quale è sopra Pouuolo, che ancora al di d'aggi sono merevigliose e psnrose a riguardare: a altri avvisano e atimeno, che per virtù divina o per arte magica ciò fosse mostrato ad Enea in visione dì spirito, per significargli le grandi cose che doveano uscire e essere dei suoi discendenti. He quale che sì fosse, come uscì dello inferno, sì parti; e entrato in tegnendo le piagge e la foce del Bntne del Tcvero detto Albola, entrò e arrivò, e disceso in terra, per agurio e per segni conobbe eh' era arri- vato nel paese d' Italia, che dagl' Iddìi gii era prò- con grande festa e sllegreaza fecero fine elle loro fatiche del navicare, e cominoiaro e Aire
' DsUb morie di Didoue 0 Aincreo, ' disgnonse. abbia latto uiche il quarto. ' inniveriario.
1 saprà punto chi non
DI GIOVANNI VILLANI.
15
loro abitacoli e forteue di fossi e di legname delle loro navi E quello luogo fu poi la città di Ostia ; e quella fortezza feciono per tema de' paesani, i quali per paura di loro, siccome gente straniera e da' loro costumi salvaggia, e per nimici gli trattavano, e più battaglie ebbono co^ Troiani per cacciarli del paese, delle quali i Troiani di tutte furono vincitori.
CAPITOLO XXffl.
Come U re Latino signoreggiava Italia^ e come Enea ebbe la figliuola per moglie^ e tutto
il suo regno.
Signoreggiava in quello paese il regno (ond'era principale la città di Laurenzia, cbe era presso dove è ora la città di Terracina e ancora appare disfatta) il re Latino, il quale fu de' discendenti del re Sa- turno cbe venne di Greti, quando fu cacciato da Giove suo figliuolo, come dinanzi facemmo menzio- ne. B quello Saturno arrivò nel paese di Roma che aDora signoreggiava Giano uno dei discendenti di Noè; ma la gente era allora molto grossa ^ e vi- veyano, quasi come bestie, di frutta e di ghiande, e abitando in caverne. Quello Saturno savio di scrit- tura e di costumi, per suo senno e consiglio addi- rixsò que' popoli a vivere come gente umana, e fe- celi lavorare terre « piantare vigne, e edificare case, e terre e città murare, e della città di Sutri detta Satnma fu il primo edificatore, e per lui così ebbe nome, e fu in quella contrada per lo suo studio prima seminato grano, onde quelli del paese V ave- vano per uno Iddio ; e Giano medesimo che n' era signore il si fece compagno, e li diede parte nel re- gno. Questo Saturno regnò in Italia trentaquattro anni, e dopo lui regnò Pico suo figliuolo anni tren- lono; e dopo Pico regnò Fauno suo figliuolo ven- tÌDOve anni, e fu morto da' suoi : di Fauno rima- soBO Lavino e Latino. Quello Lavino edificò la città di Lavina; e poco regnò Lavino; e morto lui rima- se il regno a Latino, il quale alla città di Lavina mutò il nome in Laurenzia, perchè in sulla mastra torre nacque uno grande albore d'alloro. Il detto La- tino regnò trentadue anni, e fu molto savio, e molto anmendò la lingua latina. Questo re Latino avea so- lamente una figliuola bellissima chiamata Lavina, la quale per la madre era promessa a uno re di To- scana ch'avea nome Turno della città d'Ardea, oggi chiamata Cortona. Toscana ebbe nome il paese e pro- vincia, perocché vi furono i primi sacrificatori agli Mdii con fummo d'incenso, detto tuscio. Venuto Enea nel paese, richiese pace al detto re Latino, e che potesse abitare in esso; dal quale Latino fu ricevuto graziosaniente, e non solamente datogli licenza d' a- bìtanri, ma gli promise Lavina sua figliuola per mo- glie, perocché per fatale comandamento degli Dei area, che la dovesse maritare a straniero e non a nomo del paese. Per la qual cagione, e per avere il retaggio del re Latino, grandi battaglie ebbe' da e Turno, e que* di Laurenzia per piò tempo ;
il quale Turno uccise in battaglia il grande e forte gigante Pallas figliuolo di Evandro re dei sette colli ov' è oggi Roma, il quale era venuto in aiuto a E- nea; e morinne la vergine Camilla per mano d'E- nea, ch'era maravigliosa in arme. Alla fine il detto Enea vincitore dell' ultima battaglia, e morto di sua mano Turno, Lavina ebbe per moglie, la quale molto amava Enea, e Enea lei, e ebbe la metà del regno del re Latino. E dopo la morte del re Latino, che poco vivette poi. Enea ne fu al tutto signore, il quale dopo la morte del re Latino regnò tre anni e morio: il modo non si sa di certo. Queste istorie Virgilio poeta pienamente fa menzione nell'Eneide; e nota che in ogni cittade che avesse rinomo ^ o poten- zia avea uno re, che alla comparazione de* nostri presenti tempi, era ciascuno re di piccolo essere e potenzia.
CAPITOLO XXIV.
Come Giulio Ascanio figliuolo d" Enea fu re ap- presso luin e gli re e signori che tUscesono di
sua progenia.
Morto Enea, Giulio Ascanio suo figliuolo ri- mase signore del regno de' Latini, e Lavina la mo- glie d'Enea rimase grossa di lui d'uno figliuolo; la quale per paura che Ascanio suo figliastro non uc- cidesse lei e la creatura, si fuggi in selve ad abi- tare con pastori, tanto ch'ella si diliberò, e fece uno figliuolo il quale fu chiamato Silvio Postumo: Silvio perchè nacque in selva: Postumo perchè la madre rimase incinta di lui morto il padre Enea. Quando Ascanio seppe ove Lavina sua matrigna era, e come avea uno figliuolo il quale era suo fratello, mandò per lei e per lo figliuolo ohe venisse sanza alcuna dottanza' e lei e '1 suo figlinolo venuti, gli trattò benignamente, e alla reina Lavina e al suo figliuolo lasciò la signoria della città di Laurenzia, ed egli edificò la città di Alba ovvero Albania, al tempo di Sansone d'Isdraele lo forte; la quale Albania è presso dov' è oggi Roma; e di quella fece capo del suo regno e de' Latini uno ^ co' Troiani. B la detta città fece per agurio, che quando Enea ed egli arrivaro nel paese, in quello luogo ove edificò la detta città, trovaro sotto un leccio una troia bianca, con trenta porcellini bianchi, e però, e per la me- moria di Troia la edificò, e pose nome Troia Al- bania per la sopraddetta troia bianca; ma poi gli abitanti la chiamarono pure Albania, onde più re fu- rono appresso, come innanzi faremo menzione. B il detto Ascanio regnò appresso Enea trentotto anni, ed ebbe dne figlinoli; l'uno fu chiamato Giulio onde nac- que la progenie de' Giulii, onde poi fhrono i re di Roma, e Giulio Cesare, e Catellina, e più nobOi Ro- mani sanatori e consoli furo di quella schiatta; Taltro ebbe nome Silvio per lo zio figliuolo di Lavina. Que- sto Silvio s'innamorò d'una nipote di Lavina ; e di lei ebbe nno figliuolo, nel qual partorendo ella mo- rio, e però gli fu posto nome Bruto; e crescendo poi, disavvedutamente in uiia foresta cacciando, uc-
^ il^noraiite* ' vi ebbero tm.
fama. ^ timore, dubbio. ' insismc.
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CRONICHE
pretori, e censori, e cìlìarche *. E in qaesto lempo ebbe in Roma più diverse mutazioni e guerre e bat- taglie Don solamente co^ vicini, ma con tutte le na- zioni del mondo; i quali Romani per forza d* arme e virtù e senno di buoni cittadini, quasi tutte le Pro- vincie e reami e signori del mondo dooiaro, e recaro sotto loro signorìa, e fedono loro tributarie con gran- dissime battaglie e uccisioni di molti popoli del mondo, e di Romani medesimi, in diversi tempi, quasi innu- merabile a contare. E ancora tra' cittadini medesimi per invidia della signoria e questioni da'grandi e'po- polani, e riposando le guerre di fuori, molte bat- taglie, e tagliamenti per più volte tra cittadini ebbe; e a giunta a ciò, di tempi in tempi pestilenze incom- portabili ebbono li Romani : e questo reggimento durò infino alle grandi battaglie che furo tra Giulio Cesare e Pompeo, e poi co* figliuoli, il quale vinto da Ce- sare, il detto Cesare levò Tuficio de'consoli e ditta- tori, ed egli primo si fece chiamare imperadore. E appresso lui Ottaviano Augusto, che signoreggiò in pace dopo molte battaglie tutto F universo mondo, al tempo che nacque Gesù Cristo, anni 700 dopo la edificazione di Roma; e così mostra che Roma si reggesse a signoria di re 25A anni, e di consoli 450 anni, siccome di sopra avemo detto, e ancora più di- stesamente per Tito Livio, e più altri autori. Ma nota che la grande potenza de'Romani non era solamente in loro, se non per tanto cVerano capo, e guidatori: ma lutti gli Toscani principalmente, e poi tutti gì" I- taliani seguivano nelle guerre e nelle battaglie loro, ed erano lutti chiamati Romani. Ma lasceremo omai l'ordine delle storie de'Romani e degrimperadori, se non in tanto quanto apparterrà a nostra materia, tor- nando al nostro proposito della edificazione della città di Firenze, come promettemmo di dire. E avemo fatto si lungo esordio perchè ci era di necessità ^ per di- mostrare come l'origine de' Romani edificatori delia città di Firenze, siccome appresso sarà menzione, fu estratto di nobili Troiani; e Torigine e cominciamento di Troiani nacque e venne da Bardano figliuolo dello re Attalante della città di Fiesole, siccome brieve- mente avemo fatta menzione ; e de' discendenti poi nobili Romani e deTiesolani, per la forza de'Romani fatto è uno popolo chiamati Fiorentini.
CAPITOLO XXX.
Come in Roma fu fatta la congiurazione per Caiellina e $uoi $eguacL
Mei tempo ancora che Roma si reggeva alla si- gnoria di consoli, anni da 680 poiché la detta città fu fatta, essendo consolo Marco Tullio Cicerone e Caio Antonio, e Roma in grande e felice stato e si- gnoria, Catellina nobilissimo cittadino, disceso di sua
' (HUarche o céUarche v. a. capo di mille soldati, di greca origine, usato pur dai latini: cA^torcAet, diUiarcui,
' Da una colonia di Fiesolani, intorno a' tempi della caduta della Repubblica romana, originò Firenae. Qaesta opinione è por seguita dall' iUostre signor Beomont nelle sue Tavole eronologiéhé e mncrow deWa Storia Fiorentina, vero tesoro di storica erudiaiona .
progenia della schiatta reale di Tarquinio, essendo uomo di dissoluta vita, ma prode e ardito in arme, e bello parlatore, ma poco savio, avendo invidia di buoni uomini e ricchi e savi che signoreggiavano la città, non piacendogli la loro signoria, congiurazione fece con più altri nobili ed altri seguaci disposti a mal fare, e ordinò d'uccidere gli consoli e parte de' sanatori, e di disfare loro uficio, e correre, e ruba- re, e mettere da più parti fuoco nella città, e poi farsene signore: e sarebbegli venuto fatto, se non che fu riparato per lo senno e providenza del savio con- solo Marco Tullio. Cosi si difese la città di tanta pi- stilenzia, e trovata la detta congiurazione e tradi- mento, e per la grandezza e potenza del detto Ca- tellina, e perchè Tullio era nuovo cittadino in Roma, venuto il padre da Capova ovvero d'un' altra villa di Campagna, non ardi di fare prendere Catellina né giustiziare, come al suo misfaUo si convenia; ma per suo grande senno e bello parlare il fece partire della città; ma più de'suoi congiurati e compagni, de'mag- giori cittadini, e tale dell' ordine de' sanatori, che partito Catellina rimasero in Roma, fece prendere, e nelle carcere facendoli strangolare morirò, siccome racconta ordinatamente il grande dottore Sallustio.
CAPITOLO XXXI.
Come CaieUina fece ribeilare la città di Fiesole
alla città di Roma.
Catellina partito di Roma, con parte de' suoi seguaci se ne venne in Toscana^ ove Manlio uno de' suoi principali congiurati e capitano, era raunato con gente nella città antica di Fiesole. E venuto là Ca- tellina, la detta Città dalla Signoria de' Romani fece rubellare, raunandovi tutti gli rubelli e sbanditi di Roma e di più altre province, e gente dissoluta e dis- posta a guerra e a mal fare, e cominciò aspra guerra a'Romani. Li Romani sentendo ciò, ordinaro che Caio Antonio consolo e PubHo Petreio con ulia milizia di cavalieri e popolo grandissimo venissono in Toscana ad oste contro alla città di Fiesole, e contro a Ca- tellina, e mandaro per loro lettere e messaggi a Quinto Metello che tornava di Francia con grande o- ste di Romani, che sindgliante fosse colla sua forza dall'altra parte all'assedio di Fiesole, e per seguire Catellina e suoi seguaci.
CAPITOLO xxxn.
Come Catellina e suoi seguaci furono sconfitti da' Romani nel piano di Piceno.
Sentendo Catellina eh' e' Romani venieno per assediarlo nella città di Fiesole, e già era Antonio e Petreio con loro oste nel piano di Fiesole in sulla riva del fiume d'Amo, e aveano novelle come Me- tello era già in Lombardia coU'oste sua di tre legioni che venia di Francia, e veggendo che 'l soccorso che aspettava de' suoi eh' erano rimasi in Roma gli era fallito, diliberò per suo consiglio di non rìnohiudersi nella città di Fiesole, ma d'andar in Francia ; e però
DI GIOVANNI VILLANI.
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di quella città ei partì con sua genie e con uno si- gnore di Fiesole ch^àvea nome Fiesolano,e fece fer- rare i suoi cavaffi a ritroso, acciocché partendosi, le ferrate ' de^ cavalli mostrassono che gente fosse en- trata in KesoTe e non uscita, per fkr badare i Ro- mani alla dttl, e poterne andare pih salvamente. B di notte parato per isdiifare Metello, non tenn'e il diritto «àmttiiito dell' Alpi, che noi chiamiamo T alpe di Bolcyi^a, thà M mise per Io piano di eosta alle moAtlighe, e étmò di 11 ov'è oggi la città di Pistoia nel Tàdgo detto Campò à Piceno, ciò fìi di sotto ov*è oggi il castello di Kteccio, per intendimento di va- licare ]^r ^éllà via TAlpi Appennine, e riuscire Iti LombàirdiM; ma Sentendo poi stia partita Antonio e Pe- treio, incontanente il seguirò con loro oste per Id piano, sicché 11 sopraggiunsero nel detto luogo, e Metello d^ altra parte fece mettere guardie a*" passi delle montagne, acciocché non potesse per quelle passare. Catellina veggendosi così distretto e che nòh pdtevti schifare la battaglia, si mise alta fortuna del combMtèrlB egli e" iixoi con grande firanchezzà è ar- dere, itèllà k|ualè battai^lia ebbe grande tagOamèhto di AonìàMi d' enth) % e di rubellf, é di FiesòlaM : allii fine deir aèpra battaglia Catellina fu in quello Inogt) di Kceno Sconfitto e ihorto con tutta sua gen- te; e 1 ctmpó Hìna^e a' Romàni con dolorosa vitto- ria, per ittodo tbte i detti due consoli con veiiU a cavallo scampati sanza più, per vergogna noil ardirò tornare in Roma. La qual cosa dai Romani non si po- tea credere, se prima i sanatori non vi mandaro per vedere il vero, e quello trovato, grandissimo dolore n'ebbe in Roma. E chi questa storia più appieno vuole trovare, legga il libro di Salhistio detto Catellinario. I tagliati e' fe<Hti^ della gente di Catellina scam- pati di morte della battaglia, tutto fossono pochi, 81 ridossero ov' é oggi la città di Pistoia, e quivi eoa vili abitacoli ne furono i primi abitatori per gue- riffe di loro piaghe^ B poi per lo buòno sito e grasso I0090 moltiplicando i detti abitanti, i quali poi edifi- oaro la città di Pistoia, e per la grande mortalità e piotolema che fii presso a quel luogo e di loro gente e di Rontairii le posero nome Pbtoia ; e però non é da tairavigliare se i Pistoiesi sono stati e sobO gente ^ guerpk Aeri e crudeli intra loro e con altrui, es- sendo stratti del sangue di Catellina e del rimaso di sua così fotta gente, sconfitta e tagliata in battaglia.
CAPITOLO XXXUl.
Cerne Metello con sue nUlhie fece guerra
a* Fiesolam,
DeiffOìétkè Metello il quale era in Lombardia presso alle montagne dell' Alpi Appennine nelle con- trade di Modoaa, udita la sconfitta e morte di Ca- leiiiDa, tostasMnte venne con sna oste al luogo do- y'^erB atela la battaglia, e veduti i morti, per istupore iieilm dnrersa e grande mortalità temette, maraviglian- doai come di cosa impossibile. Ma poi egli e la tfua genio igtsalmente spogliò il campo de^ suoi Romani
come quello dc*mmici, rubando ciò che vi trovarono; e ciò fatto venne verso Fiesole per assediare la cit- tà. 1 Fiesolani vigorosamente prendendo Tarme, uscirò della città al piano, combattendo con Metello e con kua osb, e per fòrza il ripinsòno e cacciaro di là dal fiuihé d^Arho con grande danno èi sua gente, il quide co^suoi in su i colli ovvero ripe del fiume, s'ac- campò; e^PTébolani con loro oste si misero dall'altra parte del fiume d'Amo verso Resole.
CAPITOLO XXXIV. 'Come ÈeteHo e Fiorino sconfissono i Ftesolani,
Metello la notte vegnente ordinò e comandò, che parte della sua gente iì lungi dall'oste de' Fie- solani pàssassono il fiume a'Amo> e sì rìponessono in aguato tra la città di Fiesole, e l'oste de'Fiesolani, e di quella gente fece capitano Fiorino nobile citta- dino di Roma della schiatta de' Fracchi, ov\'ero Fio- racchi, il quale era suo pretore, eh' é tanto a dire come mariscalco ^ di sua oste; e Fiorino, come per
10 consolo fue comandato, così fece. La mattina al fare del giorno, Metello armato con tutta sua gente passando il fiume d' Arno, cominciò la battaglia a' Fiesolani, e' Fiesolani difendendo vigorosamente il passo del fiume, nel fiume d' Arno sosteneano la battaglia. Fiorino il quale era colla sua gente nelF a- guato, coihe vide cominciata la battaglia, uscì fran- camente al di dietro al dosso de' Fiesolani che nel fiume combatteano con Metello. I t^iesolani sprovve- duti ^ deir aguato, veggendosi subitamente assaliti per Fiorino di dietro e da Metello dinanzi, sbigottiti gittàròno l'armi e fuggirò sconfitti verso la città di Fiesole, ónde molti di loro furono morti e presi.
CAPITOLO XXXV.
Come i Romani la prima tolta assediaro Fiesole
e come mor\- Fiorino,
Sconfitti e cacciati i Fiesolani della riva d'Arno, FioriUo pretore coli' oste de' Romani pose campo di là dal fiume d'Arno verso la città di Fiesole, che v'a- veva due villette, l' una si chiamava villa Arnina, e l'altra Camarte, ovvero Campo 0 domus Martis^ ove i Fiesolani alcuno giorno della semmana^ faceano mercato di tutte cose con loro ville e terre vicine.
11 consolo fece con Fiorino decreto, che ninno do- vesse vendere né comperare pane, 0 vino, 0 altre cose che ad uso di battaglia fossono, se non nel campo ov' era posto Fiorino. Dopo questo. Quinto Metello consolo mandò incontanente a Roma che man- dassero gente d' arme all' assedio della città di Fie- sole, per la quale cosa i sanatori feciono ordine che Giulio Cesare, e Cicerone, e Macrino con più legioni di genti armati dovessero venire all'assedio e distru- zione di Fiesole, i quali venuti, assediaro la detta città. Cesare pose suo campo nel colle ohe soprastava la cittade; Macrino nell'altro colle ovvero monte; e
' fedeli. * feriti.
' marescifJlo. ' inconsapevoli. ** /settimana.
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CRONICHE
Cicerone dall*aUra parte; e cosi slettono per sei anni all'assedio della detta città, avendola per lungo as- sedio e per fame qnasi distrutta. E simigliante que' dell'oste per lungo dimoro e per più difetti scemati ed affieboliti^ si partirò dall'assedio, e si ritomaro a Roma, salvo che Fiorino vi rimase all' assedio con sua gente nel piano ov'era prima accampato, e chiu- sesi di fossi e di steccati a modo di battifoUe *, ovvero bastila, e tenea molto afflitti i Fiesolani, e così gli guerreggiò lungo tempo ^. Poi assicurandosi troppo, e avendogli per niente, e i Fiesolani ripresa alcuna lena, e ricordandosi del male che Fiorino avea loro fatto e faceva, subitamente, e come disperati, si mi- sero di notte con iscale e con ingegni ad assalire il campo, ovvero battifolle di Fiorino, ed egli e la sua gente con poca guardia, e dormendo, non pren- dendo guardia de' Fiesolani, furono sorpresi; e Fio- rino, e la moglie, e' figliuoli morti, e tutta sua oste in quello luogo furono quasi morti, che pochi ne scamparono; e il detto castello e battifolle disfatto, e arso^ e tutto abbattuto per gli Fiesolani.
CAPITOLO XXXVI,
Come per la morie di Fiorino i Romani tomaro
air assedio di Fiesole.
Come la novella fu saputa a Roma, gli consoli e' sanatori e tutto il comune dolutosi della disav- ventura avvenuta al buono duca Fiorino, incontanente ordinaro che di ciò fosse vendetta, e che oste gran- dissima un* altra volta tornassero a distruggere hi città di Fiesole, intra' quali furono eletti questi du- chi: Rainaldo conte, Cicerone, Teberìno, Macrino, Albino, Gneo Pompeo, Cesare, Camertino Sezio conte Tudertino, cioè di Todi, il quale era con Giulio Ce- sare e di sua milizia. Questi pose suo campo presso a Camarti, quasi ov' è oggi Firenze ; Cesare si pose a campo in sul monte che soprastava la città, eh' è oggi chiamato monte Cecero, ma prima ebbe nome monte Cesaro per lo suo nome, ovvero per lo nome di Cicerone; ma innanzi^ tengono per Cesare, peroc- ch'era maggiore signore nell'oste. Rainaldo pose suo campo in sul monte allo 'ncontro alU città di là dal Mugnone, e per suo nome infino a oggi è così chia- mato ; Macrino in sul monte ancora oggi nominato per lui; Camertino nella contrada che ancora per gli viventi per lo sno nome è chiamata Camerata. E tutti gli altri signori di sopra nominati, ciascuno pose per sé suo campo intomo alla città, chi in monte e chi in piano ; ma di più non rimase pro- prio nome che oggi sia memoria. Qu^ti signori con loro milizie di gente a cavallo e a piede grandissi- ma, assediando la città, con ordine s' apparecchiaro di fare maggiori battaglie alla città che la prima volta; ma per la fortezza della città i Romani invano
* BaUi/olU Tftle bastita, steccato, baitione (ktto per via di provvisione o sopra una strada o intomo ad un ca* stello per to^iere il passo a* nemici.
* L' impresa di Fiorino è favolosa : in dò •' accordano i migliori critici della Storia di Firenie.
* piuttosto.
lavorando, e molti di loro per lo soperchio d'asse- dio, e soperchio di fatica morti, qne' maggiori si- gnori e consoli e sanatori quasi tutti si tomaro a Roma: solo Cesare con sua milizia rimase all'asse- dio. E in quella stanza comandò a* suoi che doves- sero andare nella villa di Camarti presso al fiume d'Amo, e ivi edificassero parlatorio per potere in quello fare suo parlamento, e una sua memoria la- sciarlo: questo edificio in nostro vulgare avemo chia- mato Parlagio. E fu fatto tondo e in volte molto maraviglioso, con piazza in mezzo, e poi cominciavano gradi da sedere tutto al tomo; e poi di grado in grado sopra volte andavano allargandosi inftno alla fine dell'altezza, ch'era alto più di sessanta braccia; e avea due porte: e in questo si raunava il popolo a fare parlamento, e di grado in grado sedeano le genti, al di sopra i più nobili, e poi digradando secondo la dignità delle genti; e era per modo, che tutti quelli del parlamento si vedeano 1' uno i' altro in viso, e udivasi chiaramente per tutti ciò che uno parlava: e capeavi ad agio infinita moltitudine di genti: e '1 diritto nome era parlatorio. Questo fu poi guasto al tempo di Totile, ma ancora a' nostri dì si ritrovano i fondamenti, e parte delle volte presso alla chiesa di San Simone a Firenze, e infino al co- minciamento della piazza di Santa Croce; e parte de' palagi de' Pernzzi vi sono su fondati, e ta via ch'è detta Anguillaia che va a Santa Croce, va quasi per lo mezzo di quello Parlagio.
CAPITOLO XXXMI.
Come la dita di Fiesole s' arrendè a' Romam e fu distrutta e guasta.
Stato l'assedio a Fiesole la detta seconda volta, e consumata e afflitta molto la cittade sì per fame, e sì perchè a loro furono tolti i condotti dell^aoque e guasti, s'arrendè ta citta a Cesare e a' Romani in capo di due anni e quattro mesi e sei dì che yì si pose l'assedio, a patti, chi ne volesse uscire fosse salvo. Presa ta terra per li Romani fu spogliata d'o- gni ricchezza, e per Cesare fu distratta, e tutta in- fino a' fondamenti abbattuta ; e ciò fo intono anm settantadue anzi la nativita di Cristo.
CAPITOLO XXXVIU. Come di primo fu edificata la dita di Fù-enite.
Distratta la citta di Fiesole, Cesare con sua o- ste discese al piano presso alla riva del fiume d'Ar- no, là dove Fiorino con sua genta era atato morto da' Fiesolani, e in quello luogo fece cominciare ad edificare una citta, acciocché Fiesole mai non si rìfo- cesse, e rimandò i cavalieri tatini, i quali avea seco, arricchiti delle ricchezze de' Fiesolani; i quali Latini Tuderiini erano appellati. Cesare adunque compre- so ^ l'edificio della citta, e messovi dentro due ville dette Camarti e villa Arnina, voleva quelta ap-
' disegnato.
DI GIOVANNI VILLANI.
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pellare per sao nome Cesarla. H senato di Roma sentendolo, non sofferse che per suo nome Cesare la nominasse; ma feciono decreto e ordinaro che que- gli maggiori signori oh^erano stati alla goerra di Fie- sole e air assedio dovessono andare a fare ediflcare con Cesare insieme, e popolare la detta città, e qua- hinqae di loro soprastesse al lavorìo, cioè facesse più tosto il suo edificio, appellasse la cittade di sao no- me, 0 come a Ini piacesse. Allora Macrìno, Albi- no, Gneo Pompeo^ e Marzio apparecchiati di forni- menti e di maestri, vennero da Roma alla cittade che Cesare edificava, e inviandosi ^ con Cesare si divisono r edificare in qnesto modo : che Albino prese a smaltare tntta la città, che fùe nno nobile lavoro e bellezza e nettezza della cittade, e ancora oggi del detto smalto si trova, cavando, massimamente nel sesto di Santo Piero Scheraggio, e in porte San Piero, e in porte del Duomo ove mostra fosse V an- tica città. Macrìno fece fare il condotto dell'acqua in docce e in arcora \ facendola venire di lungi alla città per sette miglia, acciocché la città avesse ab- bondanza di buona acqua da bere, e per lavare la cittade; e questo condotto si mosse infino dal fiume detto la Marìna a piò di Montemorello, ricogliendo in gè tutte quelle fontane sopra Sesto, e Quinto, e Co- lonnata. E in Firenze faceano capo le dette fontane a uno grande palagio che si chiamava termine capti/ aquae^ ma poi in nostro vulgare si chiamò Capacela, e ancora oggi in Terme si vede delP anticaglia. B nota che gli antichi per santade ^ usavano di bere acque di fontane menate per condotti, perchè e- rano più sottili e più sane che quelle de^ pozzi, pe- rocché pochi, o quasi pochissimi, beveano vino, ma ì più acqua di condotto, ma non di pozzo; e pochis- sime vigne erano allora. Gneo Pompeo fece fare le mure della cittade di mattoni cotti, e sopra i murì della città edificio torrì rìtonde molto spesse per i- spazio dall'una torre airaltra di venti cubiti, sicché le torrì erano di grande bellezza e fortezza. Del com- preso e giro della città non troviamo cronica che ne faccia menzione; se non che quando Totile Flagellum Dei la distrusse, fanno Te storìe menzione ch'elPera grandissima. Marzio V altro signore romano fece fa- re il Campidoglio al modo di Roma, cioè palagio, ovvero la mastra fortezza della cittade, e quello fu di maravigliosa bellezza ; nel quale Tacque del fiume d'Arno per gora con cavate fogne venia e sótto vol- te, e in Amo sotterra si rìtornava; e la cittade per ciascuna festa dello sgorgamento di quella gora era lavata. Questo Campidoglio fu ov'è oggi la piazza che 81 chiama Mercato vecchio di sopra alla chiesa che sì chiama Santa Marìa in Campidoglio: e questo pare più certo. Alcuni dicono che fu ove og^ si chiama il Guardingo di costa alla piazza eh' è oggi del po- polo dal palazzo de' Prìorì, la quale era un'altra for- tezza. Guardingo fu poi nomato l'anticaglia de'murì e volte che rìmasono disfatte dopo la distruzione di Totile, e stavanvi poi le meretrìci. I detti signori per avanzare l'uno l'edificio dell* altro, con molta solle- cìtiidine si studiavano, ma in uno medesimo tempo
' accordandosi. ' archi. ' sanità.
per ciascuno fu compiuto ; sicché nullo di loro ebbe acquistata la grazia di nominare la città a sua volon- tà, sicché per molti fu al cominciamento chiamata la piccola Roma. Altri l'appellavano Florìa, perchè Fio- rino fu ivi morto, che fu il prìmo edificatore di quello luogo, e fu in opera d'arme e in cavallerìa fiore, e in quello luogo e campi intorno ove fu la città edifi- cata sempre nasceano fiorì e gigli. Poi la maggiore parte degli abitanti furono consenzienti di chiamarla Florìa, siccome fosse in fiori edificata, cioè con molte delizie. B dicerto così fu^ perocch'ella fu popolata della migliore gente di Roma, e de' più sofficienti, mandati per li sanatori di ciascuno rione di Roma per rata, come toccò per sorte che Tabitassono; e accolsono con loro quelli Fìesolàni che vi vollono dimorare e abitare. Ma poi per lungo uso del volgare fu nominata Fiorenza : ciò s* interpreta spada fiorita. B troviamo ch'ella fu edificata anni 682 dopo la edi- ficazione di Roma, e anni 70 anzi la nativitade del nostro Signore Gesh Cristo. E nota, perchè i Fio- rentini sono sempre in guerra e in dissenzione tra loro, che non è da maravigliare, essendo stratti e nati di due popoli così contrarìi e nemici e diversi di costumi, come furono gli nobili Romani virtudiosi, e' Fiesolani ruddi e asprì di guerra.
CAPITOLO XXXIX.
Come Cesare si partì di Firenze e andonne a Ro- mOy e fu fatto consolo per andare contro
o' Franceschi,
Dappoiché la città di Firenze fu fatta e popo- lata, Giulio Cesare irato perchè n' era stato il prìmo edificatore, e aveva avuta la vittoria della città di Fie- sole, e non avea potuto nominare la cittade per suo nome, sì si parti di quella, e tornossi a Roma, e per suo studio e valore fu eletto consolo, e mandato contro a' Franceschi, ove dimorò per dieci anni al conquisto di Francia, e d' Inghilterra, e d'Alamagna : e lui tornando con vittorìa a Roma, gli fu vietato il trionfo, perchè avea trapassato il decreto fatto per Pompeo consolo e' sanatorì per invidia, sotto colore d' onestà, che nullo * dovesse stare in neuna balia ^ più di cinque anni. Il quel Cesare colle sue milizie tornando con Oltramontani, Franceschi, e Tedeschi, Italiani, Pisani, Pirati, Pistoiesi, e ancora con Fioren- tini suoi cittadini, pedoni, e cavalierì, e rombolatorì^ menò seco a fare cittadinesche battaglie, perchè gli fu vietato il Jrìonfo; ma più per essere signore di Roma come lungo tempo avea desiderato, contro a Pompeo e il senato di Roma combattéo. B dopo la grande bat- taglia tra Cesare e Pompeo,^ quasi tutti morti furo in Emathia, cioè Tessaglia in Grecia, come pienamente si legge per Lucano poeta, chi le storìe vorrà trova- re. E Cesare avuta la vittorìa di Pompeo e di molti re e popoli ch'erano in aiuto de'Romani che gli erano nimici, si tornò a Roma, e sì si fece primo impera- dore di Roma, che tanto viene a dire come comanda- tore sopra tutti. E appresso lui fu Ottaviano Augusto
' ninno. ' nessun comando. ' firomboHeri.
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CRONICHE
suo nipote e igiiaolo adotliro, il qaalo regnava quando Crìa to nacqne, e dopo molte Tittorìe aigno- reggiò tatto il mondo in pace ; e d^ allora innansi fu Roma a signorìa d'imperio, e tenne sotto la soa, giqr rìzione e dello imperio tatto ToniTerso mondo.
CAPITOLO XL.
Come i Romani e gV imperadori ebhono imegna^ e come da loro rebbe la città di Firenie, e altre
citladi.
Al tempo di Numa Pompilio, per divino mira- colo cade in Roma da cielo ano scudo vermiglio, per la quel cosa e-agurio i Romani presono quella insegna e arme, e poi v^ aggiunsero S. P. Q, R, in lettere d' oro, cioè, Senato del popolo di ^oma : e cosi dell'origine della loro insegna diedono a tutte le città edificate per loro, cioè vermiglia. Cosi a Peru- gia, e a Firenze, e a Pisa; ma i Fiorentini per lo nome di Fiorino e della^ città v' aggiunsono per in- trassegnaMl giglio bianco, e'Perugini talora il, grifone bianco, e Viterbo il campo rosso, e gli Orbietani l'a- quila bianca. Bene è vero eh' e* signori romani, con- soli e dittatori, dappoiché V agnglia ^ per agnrio apparve sopra Tarpea, cioè sopra la camera del te- soro di Campidoglio, come Tito Livio fa menzione, si presono l' arme in loro insegne ad aquila ; e tro- viamo che 'I consolo Mario nella battaglia de'Cimbri ebbe le sue insegne coli' aquila d' argento, e simile insegna portava Catellina quando fu sconfitto da An- tonio nelle parti di Pistoia, come recita Sallustio. B '1 grande Pompeo la portò il campo azzurro e l'a- quila d* argento; e Giulio Cesare la portò i|. campo vermiglio e l'aquila ad oro, come Ci menzione Luca- no in versi, dicendo :
Signa pares aquiUUj et pila mi$uuUia pilis. Ma poi Ottaviano Augusto suo nipote e successore imperadore, la mutò, e portò il campo ad oro, e r aquila naturale di colore nero a similitudine della signoria dello imperio, che come l'aquila è sovra, o- gni uccello, e vede chiaro piìk ch'altro animale, ^ vola infino al cielo dell'emisperio del fuoco, così lo 'mpe- rio dee essere sopra ogni signoria temporalep B ap- presso Ottaviano tutti gli imperadori de* Romani r hanno per simile modo portata ; ma Costantino, e poi gli altri imperadori de'Greci ritennono la insegna di Giulio Cesare, cioè il campo vermiglio e V aquila ad oro, ma con due capi. Lasceremo delle insegne del comune di Roma • degl' imperadori, e torneremo a nostra materia sopra i fatti della città di Firenze,
CAPITOLO XLL
Come la città di Firenze fu camera de' Romani
e dello imperio.
La città di Firenze in quello tempo era camera d*imperio, e come figliuola e fattura di Rpnm in tutte
a, luMgna frapposta ad altra nel campo del- • Usasi dall'A. anche per vmpnmio di mo-
Iq cose, e da* Romani abitata, e però de' propri iatti di Firenze a quelli tempi non troviasM cronica né altre storie che ne facciano grande memoria. B di ciò non è da maravigliare, pmticch' e' Fiorentini e- reno sudditi e una ^ co' Romani, e per Romani si trattavano per lo universo mondo, e come i Romani andavano ne'loro eserciti e nelle iMittaglie. B troviaaM nelle storie di Giulio Cesare, nei secondo libro di Lucano, quando Cesare assediò Pompeo nella città di Brandizio in Puglia, uno de' baroni e signori della città di Firenze ch'avea nome Lucere, era ih compa- gnia di Cesare, e fue alla battaglia delle navi alla bocca del porto di Brandizio, valente uomo d'arme e virtudioso ; e molti altri Fiorentini forono in quello esercito e battaglie con Cesare e di sua parte ; pe- rocché quando fue discordia da Giulio tesare a Pom- peo e del senato di Roma, quelli della città di Firenze e d'intorno al fiume d'Amo tennero la parta di Co- sare. B di ciò fa menzione Lucano nel detto libro ove dice in versi : Vulturnusque celer, noctumaeque. editor attrae SamuSf el umlurosae Lpis. per regna Maricae^ B così dimorarono i Fiorentini mentre eh' e' Romani ebbono stato e signoija. Rene ai tmova per alcano scritto, che uno Uberto C<^sare, soprannon^nato per Qiulio, Cesare, che fu figliuplo. di CateIMna, omaso in Fiesole piccolo garzone dopo la ana. morti^ egli poi per Qiulio Cc^i^dre fue &tto grande cittadino di. Fi- renzi;, ^ ayendo molti figliuoli, egli e poi la sua schiatta furano signori della tetra, gran tempo, e di loro di- scende<iU furono grandi signori e grandi schiatte in Firenze, e che gli Uberti fossero di quella progenie si dice: questo non troviamo per autentica cronica che per noi si pruovi,
CAPITOLO XLn.
Come in Firenze fu fatto U tempio di MarH^ il quale oggi $$ chiama il Duomo di $an GioeamiL
. Dappoi che Cesare, e Pompeo, e Macrino, e Al- bino, e Marzio principi de* Romani edificatori delia nuova città di Firenze si tornarono a Roma, compiati i loro lavori, la città cominciò a crescere e moltipli- care di Romani e di Fiesolani insieme, che rimasono all'abitazione di quella; e in poco tempo si foce buo- na città secondo il tempo d'allora, che gl'imperadorì e 'I senato di Roma l'avanaavano a loro podere, quasi come un'altra piccola Roma, I cittadini di quella es- sendo in buono stato, ordinare di fare nelk delta cittade un tempio maraviglioso ali* onore dell' Iddio Marti, per la vittoria cb* e' Romani avieno avuta della città, di Fiesole, e manderò al senato di Roaui càe mandasse loro gU migliori e pid sottili maestri che fossono in Roma, e cosi fu folto. B fedona venire marmi bianchi e neri, e colonne, da pia parli di lungi per mare e poi per Arno; fecionp^ condAoere. e nmci- gni e colonne, da Fiesole, e fonderò e. edificaro il detto tempio nel luogo che si chiamava Camarli an- ticamente, e dove i Fiesolani foceaao loro niaroalo.
insieme.
DI GIOVANNI VILLANI.
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Molto nobile e bello U feciono a otto facce, e qaello fatto con grande diligenzia, il conaecraro allo Iddio Marti, il quale era Iddio de' Romani, e fedonlo figu- rare in intaglio di marmo in forma d' uno cavaliere armato a cavallo ; il puosono sopra una colonna di marmo m mezzo di quello tempio, e quello ten- nero con grande reverensa e adorare per loro Id- dio mentre che fo il paganesimo in Fireni^. B tro- viamo che il detto tempio fa cominciato al tempo che regnava Ottaviano Angusto \ e che fu edificato sotto ascendente di tà fatta costellazione, che non verrà meno quasi in eterno: e cosi si truova scrìtto in certa parte, e intagliato nello spazio del detto tempio.
CAPITOLO XLni. Raceania del siio della provincia di ToHona.
Quando per noi a' è detto della prima edifica- zione della dtkà di Firenze e di quella di Pistoia, si è oonvenevole e di necessità che si dica dell' altre città vidne di Toscana quello che n^ avemo trovato per le croniche di loro principii e cominciamenti brievemente, per tornare poi a nostra materia. Nar- reremo in prima del sito della provincia di Toscana. Toscana cominda dalla parte di levante al fiume del Tevere, il quale si muove neir alpi di Pennino della montagna chiamata Palteront, e discende per la con- trada di Massa Tribara, e dal Borgo san Sepolcro, e poi sotto la città di Castello, e poi soUo la città di Peru- gia, e poi appresso di Todi, stendendosi per terra di Sal»inN e di Roma, e, ricogliendo in so molti fiumi, entra per la città di Roma infine in mare ove fh foce di costa alla città di Ostia presso a Roma a venti miglia; e la parte di qua dal fiume, che si chiama Trastibero, e il portico di san Pietro di Roma è della provincia di Toscana. B dalla parte del mezzogiorno si ha Toscana il mare detto Terreno che colle sue rive batte la contrada di Maremma, e Piombino, e Pi- sa, e per lo contado di Lucca e di Luni infino alla foce del fiume della Magra, che mette in mare alla punta della montagna del Corbe di là da Luni e di Serrezzano dalla parte di ponente. B discende il detto finn» della Magre ddle montagne di Pennino di so- pra a PontremoU, tre la riviere di Genova e *l conta- do di Piacenza in Lombardia, nelle terre de'marcheai Makapina. Il quarto confine di Toscana di verse set- tentrione sono le dette Alpi Appennine, le qu^ con- finano e partono la provincia di Toscana da Lombar- dia e Bologna e parte di Romagna; e gire la detta provincia di Toscana settecento miglia. Questa pro- vincia di Toscana ha pia fiumi : intra gli altri reale e maggiore si è il nostro fiume d'Arno il quale nasce di quelk medesima montagna di Falterona che nasce il fiume del Tevere che va a Roma ; e questo fiume d' Amo corre quasi per lo mezze di Toscana, scen- dendo per le montagne della Vernia, ove il beato santo Francesco fece sua penitenzia e romitaggio, e poi pasn per la contrada di Casentino presso a Bib-
* V. MoMMU^Ui tacreté vHOitatU insignii BapHéterH Fio- rmimij Pir. 17S6 di Anton FranoMCo Qod.
biena e a pie di Poppi, e poi si rivolge verso levante vegnendo presso alla città d* Arezzo a tre miglia, e poi corre per lo nostro Valdarao di sopra, scendendo per lo nostro piano, e qnasi passa per lo mezzo della nostra città di Firenze. B poi uscito per corso del nostro piano, passa tra Monlelupo e Capraia presso a Empoli per la contrada di Greti e di Valdarao di sotto a pie di Fuceochio, e poi per lo contado di Lucca e di Pisa, raccogliendo in sé molti fiumi, pas- sando poi quasi per mezzo la città di Pisa ove assai è grosso, sicchò porta galee e grossi legni; e presso di Pisa a cinque miglia mette in mare, e 'I suo corso ò di spazio di miglia cento venti. B del detto fiume d*Arao le antiche storie fianno menzione: Virgilio nel libro Vn deir Bneide parlando della gente che fh in aiuto al re Tnrao incontra Bnea di Troia con questi versi:
Sarrastes populos, et quae rigai aequara Samus: e Paolo Orosio raccontando in sue storie del fiume d^Arao, disse, che quando Annibale di Cartagine tor- nando di Spagna in Italia passò le montagne d^ Ap- pennino, vegnendo sopra i Romani, ove si combatteo in sul lago di Perugia col valente consolo Flaminio da cui fu sconfitto, in quel luogo dice, che passando Annibale V Alpi Appennine, per la grande freddura che v^ ebbe, discendendo poi in su i paduli del fiu- me d'Arno i^ perde tutti gli suoi leofanti \ che non ne gli rimase se non uno solo, e la maggiore parte de^ suoi cavalli e bestie vi morirono; ed egli me- desimo per la detta cagione vi perde uno de^ suoi occhi del capo. Questo Annibale mostra per nostro arbitrare, eh' egli scendesse V Alpi tra Modena e Pi- stoia, e paduli fessone per lo fiume d'Arao da pia di Firenze infino di là da Signa : e questo si prova, che anticamente tra Signa e Montelnpo nel mezzo del coreo del fiume d' Arno ove si ristrigne in piccolo spazio tra rocce di montagne, aveva una grandissima pietra che si chiamava e chiama Golfolina, la quale per sua grandezza e altezza comprendeva tutto il cor- so del fiume di Arao per modo, che '1 facea riagor- gare infino assai presso ov'è oggi la città di Firenze, e per lo detto ringorgamento si spandea V acqua del fiume d'Arno, e d'Ombrone, e di Bisenzio per lo pia- no sotto Signa, e di Settimo, e di Prato, e di Mic- ciole, e di Campi, infine presso appiè de' monti, fa- cendo paduli. Ma e'si traeva, e per evidente sperienza d vede, che la detta pietre Golfolina per maestri con picconi e scarpelli per fona fu tagliata e dibassata p^ modo, che '1 cono del fiume d' Arao calò e di- bassò si che i detti paduli sceararo, e rimase terra guadagnabile. Bene racconta Tito Livio quasi per si- bmK parole, dicendo, che 'l passo, e dove s* accampò Annibale, fu tra la città di Fiesole e quella d'Arezzo. Avvisiamo che passasse l'Alpi Appennine per la con- trada di Casentino^ e paduli poteano simile essere tra r Andsa e 'I piano dì Fegghine, e potea essere 0 ndl' uno luogo o nell' altro, perocché anticamente il fiume d' Arno avea in pìik luogora rattenute^ e pa^ dulì; ma dove che si fosse, assai avemo detto sopra
' elefanti. ^ Raccolte d'acqua che non possono tornare più in corso.
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CRONICHE
il nostro fiue d'Amo, per trarre d'ignoraim e fine avvitati i presenti moderai di nostra dtti, e gli strani che sono e saranno. LascereaK) di eie, e direaK) ia brìeve della potensa che anticamente avea la nostra, provincia di Toscana, che si confà alla nostra ma- teria.
CAPITOLO XUV.
Della poten%ia e signoria dCanDea la pratineia di Toscana innanzi che Botna avesse siato.
Dappoiché avemo detto del sito e confini della nostra provincia di Toscana, A ne pare convenevole di dire in brìeve dello stato e signorìa che Toscana avea anzi che Roma avesse podere. La provincia di Toscana innanii al detto tempo fa di grande poten- zia e signoria; e non solamente lo re di Toscana chiamato Poroena, che facea capo del sao reame nella città di Chiosi, il qusle col re Tarqninio assediò Roma, era signore della provincia di Toscana, ma le sae confine, dette colonne, erano infino alla città d'Adrìa in Romagna in sul golfo del mare di Vine- gia, per lo cui nome anticamente quello mare è detto seno Adriatico ; e nelle parti di Lombardia erano i suoi confini e colonne di Toscana infino di là dal fiume di Po e del Tesino, infino al tempo di Tar- qninio Prìsco re de^ Romani, che la gente de^ Galli, detti oggi Franceschi, e quella de*6ennani, detti oggi Tedeschi, di prìma passare in Italia per guida e con- dotto d'un Italiano della città di Chiusi, il quale pas- sò i monti per ambudadore, per fare commuovere gli oltramontani contro a' Romani, e portò seco del vino, il quale dagli' oltramontani non era in oso, né conosciuto per bere, perocché di là non avea avuto mai vino nò vigna; il quale vino per li signorì di là assaggiato, parve loro molto buono; e intra le altre cagioni, con altre grandi impromesse, quella della ghiottomia del buono vino gì* indusse a passare i monti, udendo come Italia era piantadosa di vino *, e larga d'ogni bene e vittuaglia. E indossegli ancora il passare di qua, che per lo loro buono stato erano si cresciuti e multtplicati di gente, che appena vi po- teano capere. Per la qqal cosa passando i monti in Italia i Galli e* Gennani, de' prìmi fàrono Rrenno e Bellino, i quali guastarono gran parte di Lombardia e del nostro paese di Toscana, e poi assediare la città di Roma e presonla infino al Campidoglio, con tutto che innanzi si partissono fbrono sconfitti in To- scana dal buono Cammillo ribello di Roma, siccome Tito Livio in sue storìe h menzione. E poi più altrì signorì Gallici, e Germani, e Goti d^ altre nazioni barbare passare in Italia di tempi in tempi, facendo in Lombardia e in Toscana grandi battaglie co* Ro- mani, come si trovano ordinatamente per le storìe che scrìsse il detto Tito Livio maestro di storìe. La- sceremo della detta materìa, e diremo i nomi dalle città e vescovadi della nostra provincia dì Toscana.
* fra gU. « piantata di vigne.
CAPITOLO XLV. Qumti sano i vescovadi della duà di Fkenié.
La chiesa e sedia di San Piero di Ronui la quale é dì qua dal fiume del Tevere in Toscana, il vescovado di Fiesole, la città di Firenze, la città di Pisa la quale è arcivescovado per grazia, eomt in questo fia menzione; la città di Locca, il vescovado deU' anUca città di Loni, la città di Pistoia, la città d'Arezzo, la dUà di Perugia, U eiUà di Caatello, U dttà di Volterra, U dttà dì Nassa, la città di Gros- setto, il vescovado di Soana ia Marenuna, la dttà antica dì Chiusi, la dttà d'Orbivieto, il veacovado di Bagnoregio, la dttà di Viterbo, la dttà di Tosca- nella, il vescovado di Castri, la città di Nepi, V an- tichisMHUi dttà di Sntrì, la dttà d'Arti, il vescovado di Civitatensi. Avendo detto i nomi di venticinque vescovadi e dttà di Toscana, dkeaso in ispezialità del comindamento e orìgine d'alqouite di qoelle dttà famose a' nostrì tempi onde sapremo il vero per an- tiche storìe e croniche, tornando poi a noatra nui- terìa.
CAPITOLO XLVI. Della citià di Perugia.
La dttà di Perugia fu assai antica, e secondo che raccontano le loro arniche, ella fu da' Romani edificata in qoesto modo: che tornando ono oale de' Romani d'Alamagna, perch'avea il loro consolo chia- mato Persus dimorato al conquisto più tempo che non diceva il decreto de' Romani, si furono sbanditi e divietati che non tomassono a Ronui, deche rima- sono in quello luogo ov'è l'uno corno della dtlà di Perugia, mccome esiliati e nemici del comone. Poi gli Romani mandarono sopra loro una oste, i qnali si puosono di contro a loro in sull' altro corno par guerreggiarli siccome ribelli del comune di Robm ; ma ivi stati più tempo, e rìconosduti insieme, si pa- dficaro l'uno oste e l' altra, e per lo boono sito rì- masono abitanti in quello luogo. Poi di due luoghi fedone la dttà di Perugia, e per lo nome del priaM consolo che ivi si puose, fa co^ nonrìnata. Poi paci- ficatisi co' Romani, lorono contenti della dttà di Pe- rugia, e fivoreggiarla usd e diedonle stato, quasi per tenere sotto loro giurìdizione le dttà di qiiella contrada. Poi Totfle FlagéUum Dei la distrusse, come fece Firenze e più altre dttà d' Italia, e fece auoii- rizzare Santo Ercolano vescovo della detta dttà.
CAPITOLO XLVn. Della cilià d* Areuo.
La dttà d' Arezzo prìma ebbe nome Aurelia, a fa grande dttà e nobile, e in Aurelia furono antica- mente fatti per sottOisdmi maeslrì vad roasi con di- vern intagli di tutte forme di sottile intaglio, ohe veggendogli parevano impossibili a essere opera n- mana, e ancora se ne truovano. E di certo ancora si dice, che '1 sito e l'arìa d'Arezzo genera sottUiaaimi
DI (ilOVANM VILLANI.
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aomini. La della città d'Aurdia fa anche distratta per lo detto Totile, e fecela arare e semiDare di sa- le, e d' allora innanu fu chiamata Areuo, cioè città arata.
CAPITOLO XLVin.
DeUa cUià di Pisa,
La città di Pisa fu prima chiamata Alfea. Tro- viamo mandò aiato ad Enea contro Torno, e ciò dice Virgilio nel sesto libro dell' Eneide ; ma poi ella fu porto dello ''mperìo de^ Romani dove s' addnceano per mare tatti gli trìbnti e censi che li re e tutte le nazioni e paesi del mondo ch'erano sottoposti a'Ro- mani, rendeano allo 'mperio di Roma, e là si pesa- vano, e poi si portavano a Roma ; e perocché il primo luogo ove si pesava non era sufficiente a tanto strepito, vi si feciono due luoghi ove si pesava, e però si declina il nome di Pisa in grammatica : p/fi- roHier^ nominatinDo hae Pi$ae : e cosi per V uso del porto e detti pesi, genti vi s'accolsono ad abitare, e crebbono e edificaro la città di Pisa poi ad assai tempo dopo V avvenimento di Cristo, con tutto che prima per lo modo detto era per molte genti abitata, ma non come città murata.
CAPITOLO XLK, Della dUà di Lacca.
La città di Lucca ebbe in prima nome Fridia, e chi dice Aringa ; ma perchè prima si convertì alla vera fede di Cristo che^ città di Toscana, e prima ri- cevette vescovo, ciò fu Santo Pridiano, che per mi- racolo di Dio rivolse il Serchio, fiume presso alla detta città, e diegli termine, che prima era molto pericoloso, e guastava la contrada, e per lo detto Santo priaui fu luce di Fede, sì fu rimosso il primo nome e chiamata Luce, e oggi per lo corrotto vul- gare si chiama Lucca. E traovasi che il detto beato Fridiano vegnendo da Lucca a Pirense in pellegri- naggio per visitare la chiesa ov' è il corpo di Santo Miniato a monte, non potendo entrare in Firenze per- chè ancora erano pagani, e trovando il fiume d'Arno molto grosso per grandi piove, si mise a passare in su ma piccola navicella contro al volere del barca- iuolo, e per miracolo di Dio passò liberamente e tosto, come V Arno fosse piccolo, e colè dove arri- vò, fu poi per li cattolici fiorentini fatta la chiesa di Santo Fridiano per sua devozione.
CAPITOLO L. Della dita di Luni.
La città di Luni la quale è oggi disfatta, fu molto antica, e secóndo che troviamo nelle storie di Troia, della città di Luni v' ebbe navilio e genti al- r aiuto de' Greci contra gli Troiani : poi fu disfatta per gente oltramontana per cagione d'una donna mo-
glie d' uno signore, che andando a Roma, in quella città fu corrotta d'avoltero'; onde toraando il detto signore con forza la distrusse, e oggi è diserta la contrada e mal sana. E nota che le marine an- ticamente erano molto abitate, e quasi infìra terra poche città avea e pochi abitanti, ma in Maremma e in Maretima verso Roma alla marina di Campa- gna avea molte città e molti popoli, che oggi sono consumati e venuti a niente per conrazione d' aria : che vi fu la grande città di Populonia, e Soana, e Talamone, e Grosseto, e Civitaveglia, e Mascona, e Lansedonia, che furono colla loro forza all'assedio di Troia; e in Campagna, Raia, Pompeia, Cumina, e Laurenza, e Albania. E la cagione perchè oggi sono quelle terre della marina quasi disabitate e inferme, e eziandio Roma peggiorata, dicono gli grandi mae- stri di stronomia che ciò è per lo moto dell' ottava spera del cielo, che in ogni cento anni si muta uno grado verso il polo di settentrione, cioè tramontana, e così farà infino a f5 gradi in 1500 anni, e poi tornerà addietro per simile modo, se fia piacere di Dio che '1 mondo duri tanto-, e per la detta muta- zione del cielo è mutata la qualità della terra e del- l'aria, e dove era abitata e sana, è oggi disabitata e inferma, ei e converso. Ed oltre a ciò naturalmente veggiamo che tutte le cose del mondo hanno muta- zione, ^ vegnono e verranno meno, come Cristo di sua bocca disse, che neuna cosa ci ha stato fermo.
CAPITOLO LI. Della città di Viterbo,
La città di Viterbo fu fatta per li Romani, e anticamente fu chiamata Vegezia, e' cittadini Vegen- tini. E gli Romani vi mandavano gl'infermi per ca- gione de' bagni ch'escono del bulicame ^ e però fu chiamata Vita Erbo, cioè, vita agi' infermi, ovvero città di vita.
CAPITOLO LD. Della dttà d: Orbif>ieto,
La città d'Orbivieto si fu simile fatta per li Ro- mani, e Urbs Veterum ebbe nome, cioè a dire città de' vecchi;. perchè gli nomini vecchi di Roma v'era- no mandati a stare per miglior aria eh' a Roma per mantenere loro santade, e per lo lungo uso e buono sito ve n^ ristettono assai ad abitarla, e popolarla di gente.
CAPITOLO LHI.
Della città di Cortona.
La città di Cortona fu antichissima fatta al tem- po di Giano e de'primi abitanti d'Italia; e Tnrao che si combattè con Enea per Lavina fu re di quella, come detto è dinanzi, e per lo suo nome prima ebbe nome Turna.
' Intendi: che aUra.
* adulterio. ^ bulicame vene d'acque che sorgono bol- lendo, propriamente i bagni del Pian di Viterbo. Dante, ! Tnf. 12. chiama bulicame la fossa del sangue bollente.
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CRONICHE
CAPITOLO LIV. Delia dita H Chiusi.
La città di CbiQfi Binile ta antichìtsima • pò* tentiasiaia, fetta ne* éetti tampi, a assai prima che Roma, e fimiie signore e re Foroena^ cIm col re Tar« (faìmo scacciato di Roma fb ad assediare Roma, co- me racconta Tito Lìtio.
CAPITOLO LV. Belia dita di Volterra.
La città di Volterra prima fa chiamata Antonia, e fa molto antica, fatta per li dMcendeatt d' Italo, e secondo che si leggono i ramansi, indi fa il buono Boovo d* Antonia.
CAPITOLO LVl. Della céUà di Siena,
La città di Siena ò assai nuova città, ch'ella fti cominciata intonio agli anni di Cristo 670, quando Carlo Martello* padre del re Pipino di Francia co' Franceschi andavano nel regno di Paglia in serrigio di Santa chiesa a contastare una gente che si chia- mavano i Longobardi, pagani, e eretici, e arrìani, onde era loro re Grìmaldo di Morona, e facea suo capo in Benevento, e perseguitava gli Romani e Santa chiesa. E trovandosi la detta oste dei Franceschi e altri oltramontani ov* ò oggi Siena, si lasciaro in quello luogo tutti gli vecchi e quelli che non erano bene sani, e che non poteano portare arme, per non menarglisi dietro in PogKa: e quelli rimasi in riposo nel detto luogo, vi si cominciaro ad abitare, e fe<- donvi due residii * a modo di castella, ove è oggi il più alto della città di Siena, per istare più al si- curo ; e Tuno abitacolo e Taltro era chiamato Sena^ derivando di quelli che v'erano rimasi per vecchiez- sa. Poi crescendo gli abitanti, si raccomunò V uno luogo e r altro, e però secondo grammatica si de- clina in plurali : pluraliier^ nonttnolteo hae Senae, B dappoi a più tempo crescendo, in Siena ebbe una grande e ricca albergatrice chiamata madonna Ve- glia. Albergando in suo albergo uno grande Legato cardinale che tornava delle parti di Francia alla corte a Roma, la detta donna gli fece grande onore, e non gli luciò pagare nulla spensaria^. Il Legato ricevuta cortesia, la domandò se in corte volesse alcuna gra- zia. Richieselo la donna divotamento, che per lo suo amore procurasse che Siena avesse vescovado: pro- misele di fame suo podere, e consigliolla che facesse che '1 comune di Siena feoesse ambasoiadori, e man- dasse' al papa a procurarlo: e cosi fu fatto. Il Legato soHeeitando, il papa udì la petiiione, e diede vescovo a' Sanasi, e il primo fa messer Oualteramo. E per dotare il vescovado, si tolse una pieve al vescovado d'Arezzo, e una a quello di Perugia, e una a quello
' rlsodlf, rMklèQBe. ' spesa: nuuicii ulU Ornsca.
di Chiosi, e una a quello di Volterra, e una a qatUe di Grosseto, e una a quello di Massa, e ma a qoeUo d'Orbivieto, e una a quelle di Firenze, e mut a quelle di Fiesole ; e così ebbe Siena vescovado, e fa ohia* mata città : e per lo nome e onore della detta ma- donna Veglia, per cui fu prima promossa e doman- data la grazia, si fh sempre sopranaomata Siena k Veglia.
CAPITOLO LVn.
Toma la storia a' fiUH della dna di Fireiae $ come Santo Mimato et /k martèrimato per Dem
imperadore.
Dappoiché brievemente avemo fotta alcuna men- zione delle nostre città vicine di Toscana, tomerenu) a nostra materia a raccontare della noatra città di Firenze: e siccome innarrammo dinanzi, la detta città si resse grande tempo a governo e mgaoria deglMn- peradori di Roma, e spesso venieno gl^ imp«ra^ori a soggiornare in Firenze quando passarane in Lombar- dia, e nella Magna, e in Francia al conquisto itolla provincia. B troviamo che Dodo imperadore T anno suo primo, ciò fu gli anni di Cristo d70, essendo u Firenze siccome camera d* imperio, dimorandovi a suo diletto, ed il detto Decio perseguitando dura- mente i cristiani dovunque gli sentiva e trovava, udì dire come il beato santo Miniato ^ eremita abitava presso a Firenze con suoi discepoli e compagni, in una selva che si chiamava Arisbotto fiorentina, di dietro là dove è oggi la sua chiesa sopra la città di Firenze. Questo beato Mimato fu figliuolo del re d'Er- minia primogenito, e lasciato il suo reame per la fede di Cristo per fare penitenza e dilungarsi dal suo re- gno, passò di qua da mare al perdono a Roma, e pm si ridusse nella delta selva, la quale allora era salva- lica e solitarìa, perocché la città di Firenze non si stendea nò era abitata di là dall'Amo, ma era tatta di qua, salvo che uno solo ponte v'avea nopra TAr- no, non però dove sono oggi, ma si dioe per moki ch'era l'antico ponte de'Fiesolaw, il quale era da CK- rone a Candegghi: e quella era l'anlioa e diritta atra- da e oamanno da Roma a Fiesole, e per andare in Lombardia e di là da* monti. H detto Dedo impera- dom fece prendere il detto bealo Minialo, come rac- conta la sua storia : grandi doni e profferte gli foco fare siccome a Agliaolo di re, acdoeché rinnegasse Cristo; ed egli costante e feroM nella fede, non volle suoi doni, ma soflférse diversi martirii: alla fine il detto Decio gli fece tagliare la tèsta ove è oggi la chiesa di Santa Candida alU croce al Gor- go, e più fedeli di Cristo riceveltono martìrio in quello luogo. E tagliata la testa del beato Miniato, per miracolo di Cristo colle sue mani la ridusse al suo imbusto, e co' suoi piedi andò e valicò 1* Amo, e salì in sai poggio dov' è oggi la cMesa saa, che allora V* avea uno piccolo oralorìo in nome del beato Piero Apostolo, dove molti corpi di santi martìri
' Qaello cho l'A. narra di S. Miniato tiene in parte deUa favola. V. Brocchi, Vita da' SanH e Beati Fiorenti- ni, Pir. 1742.
DI GIOVANNI VILLANI.
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fHroM soppelUli : e in qaello kof o SmIo Miniato TtMle, rendè V anima a Crìslo, e il ano eorpo per fi crìatiaM naaeoaimenle U ivi soppeUilo: il qsale laof 0 paf li meriti del beato Santo Miniato, da' Fio- reatiBi dappoioliò forono divenuti cristiani, fu divo- tiBienlo venerato, e fattAvi una piccola chiesa al ano OBore. Ma la grande e nobile chiesa de' marmi che ▼'è Ofg:t a* nostri tempi, troviamo che fu poi fiitta per lo procaccio del venerabile padre messer AH- brando vescovo e cittadino di Firenze nelli anni di Cristo 1013, cominciata a dì Z6 del mese d" aprile per comandamento ed autorità del cattolico e santo iaipacadore Ardgo secondo di Baviera, e della sua ■oflia im^atrice santa Cunegonda che in quelli taaipi regnava, e diedono e dotarono la detta chiesa di molte ricche possessioni in Firenze e nel contado per r anime loro, e feciono reparare e reedificare la detta chiesa, aiccome è ora, di marmi; e feciono trasktare il corpo del beato Miniato nell" altare il qiale è sotto le volte della detta chiesa con molta reverensa e solennità fotta per lo detto vescovo e ehericato di Firense, con tutto il popolo uomini e donne della dttà di Firenze ; ma poi per lo comune di Kfenie ai compiè la detta chiesa, e si feciono le talee da'flMcigni giù per la costa, e ordinare 'sopra la detta operandi Santo Miniato i consoli delParte di Cahmala, e che Tavessono in guardia.
CAPITOLO LVIII.
CesM Sami^ Creici e" suoi compugni furono mmikwaU nel cot^ado di Firenze.
Ancora ìa quelli tempi di Decio imperadore di- morando il detto Decìo in Firenie, fece perseguitare il bealo Cresci con aaoi compagni e discepoli, il quale In delle parti di Germania gentile uomo, e faceva pe- aiteasa eoa aaoto Miniato, prima neUa selva Arisbotto detta di sopra, e poi in qaelle selve di Mugello ov*ò offi la sua chiesa, cioè san Cresci a Valoava ; e in quello faiogo egli co' suoi seguaci da' ministri di De- cie fivono aMrtirìMatL Averne raccontate le storie di qaesti due santi, acciocché s'abbiano in reverenza e n aMmorìa a' fiorentini^ siccome per la fede di Crìale la questa nostra contrada furono martirizzati, e aono i loro nnti corpi» Bene troviaoM) noi per pie antiche croniehe, che al tempo di Nerone imperadore Mtta noslia. città di Firenze e ndla contrada, prima k recata da Roma la verace fede di Cristo per Fron- liao e FaolÌB0 discepoli di san Fiero, ma ciò fa ter fitimente a in. pochi fedeli, per paura de* vicari e proposti degr imperadori eh' erano idolatri e perse- faivanc li cristiani dovaaque gli trovavano : e cosi dimoraro ìntmo al lampo di Costanlino inyeradore e di
Siheslropapa*
* htukdS: Fecero soprastanti aUa détta opera ecc. L'arte # dnaial» era compoata de* mereatanti di panni. Trae- viffi «asi da. lontana partl^ sopratntto da FVasda, li ci- ■«Ttno e lustravano per venderli al dpppiq del valore. ^^fiiDiIa h voce greca da xaAoc hdlo e ftaXXó^ dor. per ^lof, lana: ftaXov o fiodX6v pecora. KaXifAfia prendesi in KVMre per cosa da coprire, come sarebbe veÌO| cfifftUQ ecc.
CAPITOLO UX.
Di Costantino imperodore e de" suoi discendenti, e le mutazioni che ne furono in Italia.
Troviamo che la nostra città di Firenze si resse sotto la guardia deUo imperio de' Romani intorno di 350 anni, dappoiché prima fu fondata, tenendo legge pagana, e coltivando gì* idoli, contuttoché assai v* a-* vesso de' cristiani per lo modo ch'é dello, ma dimo- ravano nascosi in diversi romitaggi e ^caveme di fuori dalla città, e quelli ch'erano dentro non si palesavano cristiani per la tema delle persecuzioni che grimpe- radori di Roma, e de' loro vicari e ministri facevano a' cristiani, infino al tempo del grande Costantino fi- gliuolo di Costantino imperadore, e d'Elena sua mo« glie figlinohi del re di Brettagna, il quale fu il primo imperadore Cristiano, e adotò ' la chiesa di tutto lo'm- perio di Roma, e diede libertà a* orìstiani al tempo del beato Silvestro papa, il quale il battezzò e fece cristiano, mondandolo della lebbra per virtù di Cri- sto: e ciò fu negli anni di Cristo intomo 330. n detto Costantino fece fare in Roma molte chiese al- l'onore di Cristo, e abbattuti tutti gli templi del pa- ganesimo e degl'idoli, e riformata la Santa chiesa in sua libertà e signoria: e ripreso il temporale del- lo'mperio della Chiesa sotto certo censo e ordine^ se ne andò in Costantinopoli, e per suo nome oo^ la fece nominare, che prima avea nome Bisanzio, e mi- sela in grande stalo e signoria : e di là fece sua se- dia, lasciando di qua nello 'mperio di Roma suoi pa- trici^, ovvero censori, cioè vicari, che difendeano e combatteano per Roma, e per lo 'mperio. Dopo il detto Costantino, che regnò piii di trent' anni tra neHo 'mperio di Roma e in quello di Costantinopoli, e' rimasono di lui tre figliuoli Costantino, e Costan- zo, e Costante, i quali tra loro ebbene guerra e dis- sensione, e r uno di loro era cristiano, ciò fàe Co- stantino, e r altro eretico, ciò fue Costanzo, e per- seguitò i cristiani d'una resia che si cominciò in Co- stantinopoli per uno chiamato Arno, la quale per lo suo nome si chiamò Arriana, e molto errore sparte per tutto il mondo e nella chiesa di Dio. Questi fi- gliuoli di Costantino per la loro dissensione guasta- rono molto lo 'mperio di Roma e quasi abbandonare, e d'allora innanzi sempre parve che andasse al dichi- no e scenmndo la sua signoria: e oominciaro ad ea- sere due e tre imperadori a una volta, e chi signo- reggiava in CostantinopoU, chi lo 'mperio di Roma, e tale era cristiano, e tale eretico arriano, persegui- tando i cristiani e la Chiesa: e durò molto tempo, e tutta Italia ne fu nMcolata. Degli altri imperadori pas* seti, e di quelli che fnroao poi, non facciamo orébata oMmoria, se non di cirforo ohe pertengoao a nostra materie; ma chi per ordine li vorrà trovare, legga la Cronica martiniana^ e in quella g^' imperadori e gii papi che furono per gli tempi ^verà ordinatamenle.
< Di questa dotaaione fatta da Costantino alla Ohiesa, non abbiala docomento che tenga. Vedi Maral. ÀMiith* «• tal. del Medio Evo, Anche T AUi^ierì corse dietro all'er- ronea tradizione. Inf. 19. — ' PtUrido, uom nobUe-^ trovast osato patrizio esiandio per luogotenente di re o d'impera- tore. ' Cronaca di Martino Polono (Basilea 1564).
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CRONICHE
CAPITOLO LX.
Come la fede cristiana fu prima nella città
di Firenie.
Nel tempo chel detto grande Costaotino si fe- ce cristiano, e diede signorìa e libertà alla Chiesa, e Santo Silvestro papa regnò' nel papato palese in Ro- ma, si sparse per Toscana e per tutta Italia, e poi per tutto il mondo la vera fede e credenza di Gesik Cristo. E nella nostra città di Firenze si cominciò a coltivare la verace fede, e abbattere il paganesimo al
tempo di che ne fu vescovo in Firenze fatto
par papa Silvestro; e del bello e nobile tempio de' Fiorentini, onde è fatta menzione addietro, i Fioren- tini levaro il loro idolo il quale appellavano lo Iddio Marti, e puosonlo in su un* alta torre presso al fiu- me d'^Amo, e non vollono rompere nò spezzare, pe- rocché per loro antiche memorie trovavano, che il detto idolo di Marti era consegrato sotto ascendente di tale pianeta, che come fosse rotto e commosso in vile luogo, la città avrebbe perìcolo e danno^ e gran- de mutazione. E contuttoché i Fiorentini di nuovo ^ fossono divenuti crìstiani, ancora teneano molti co- stumi del paganesimo, e tennero gran tempo, e te- meano forte il loro antico idolo di Marti : si erano ancora poco perfetti nella santa fede. E ciò fatto, il detto loro tempio consecraro alPonore d' Iddio e del beato Santo Giovanni Battista, e chiamarb duomo di Santo Giovanni : e ordinaro che si celebrasse la festa il di della sua nativitade con solenni oblazioni, e che si corresse uno palio di sciamilo ', e sempre per u- sanza s'^è fatto in quello giorno per gli Fiorentini. E feciono fare le fonti del battesimo in mezzo del tem- pio ove si battezzavano le genti e' fanciulli, e fanno ancora: e 1 giorno di sabato santo che si benedice nelle dette fonti T acqua del battesimo e fuoco, or- dinaro che si spandesse il detto fuoco santo per la città a modo che si faceva in Gerusalemme, che per ciascuna casa v'^andasse uno con una facellina ad ac- cendere. E di quella solennità venne la dignità che hanno la casa de' Pazzi della grande facellina, intor- no fa di 1 70 anni dal 1 300 addietro, per uno loro antico nomato Pazzo, forte e grande della persona, che portava la maggiore facellina che ninno altro, ed era il primo che prendea il fuoco santo, e poi gli al- tri da lui. Il detto duomo si crebbe, poiché fùe con- secrato a Cristo, ov'ò oggi il coro e l'altare del beato Giovanni; ma al tempo che 'I detto duomo fu tempio di Marti, non v' era la detta aggiunta, né 1 capan- nuccio, né la mela di sopra; anzi era aperto di sopra al modo di Santa Maria Ritonda di Roma, acciocché il loro idolo Iddìo Marti ch'era in mezzo al tempio fosse scoperto al cielo. Ma poi dopo la seconda re- dificazione di Firenze nel 1150, anni di Cristo, si fece fare il capannuccio di sopra levato in colonne, e la mela, e la cróce dell'oro ch'é di sopra, per li con- soli deirarte di Calimala, i quali dal comune di Fi- renze ebbono in guardia la fabbrica della detta ope- ra ^ di San Giovanni. E per più genti che hanno cer-
' da poco tempo. ^ drappo. ^ chiesa.
co' del mondo, dicono ch'egli é il più bello tempio, ovvero duomo, del tanto che si truovl : e a' nostri tempi si compiè il lavorio delle storie a moiset ' di- pinte dentro. E troviamo per antiche ricordanze che la figura del sole intagliata nello souilto, che -dice:
En giro torte sol ciclosy et rotar igne: fu fatta per astronomia : e quando ti sole entra nel segno del Cancro, in sul mezzo giorno, in quello luogo luce per lo aperto di sopra ov* è il capan- nuccio.
CAPITOLO LXI.
Della tenuta de'' Goti e de* Vandali in ItaUa^ e come distrussono il paese, e assediare la città di Firenze al tempo di Santo Zenoìno vescovo di
Fireme,
Dappoiché lo 'mperio de' Romani si traslatò di Roma in Grecia per Costantino, e quasi fb partito, e talora abbandonato per li suoi successori, venne molto scemando. Per la qnal cosa negli anni di Cristo circa 400, regnando nello 'mperio di Roma e di Costan- tinopoli Arcadio e Onorio figliuoli di Teodosio, una gente barbara delle parti tra 'I settentrione e levante, delle province che si chiamano Gozia e Svezia di là dal fiume del Danubio, scese uno signore ch'ebbe nome Alberigo re de' Goti, con grande seguito della gente di quelli paesi, e per loro forza passero in Affrica, e distrussonla in grande parte: e tornando in Italia, per forza distrussono grande parte di Roma, e la provincia d'intorno ardendo, e uccideDdo chiunque loro si parava innanzi, siccome gente pagana e sanza alcuna legge, volendo disfare e abbattere lo ^mperio dei Romani ; e in grande parte II consumerò E poi negli anni di Cristo 415 intomo, Radagasio re de* Goti successore del detto Alberigo ancora passò in Italia con innumerabile esercito di gente, venne per distruggere la città di Roma, e guastò molto della provincia di Lombardia e di Toscana. Per la detta ca- gione gli Romani veggendosi così afflitti, e forte te- mendo del detto Radagasio che già era In Toscana e poi si pose all' assedio della loro città di Firenze, manderò per soccorso in Costantinopoli allo 'mpera- dore. Per la quel cosa Onorio imperadore venne in Italia per soccorrere lo 'mperio di Roma, e colKoste de' Romani venne in Toscana alla città di Firenze per contastare il detto Radagasio ovvero Rodagoso, il quale era allo assedio di Firenze con dugento mi- gliaia di Goti e più ; il quale per la volontà d' Iddio spaventò, sentendo la venuta dello Imperadore Ono- rio, e si ritrassono ne' monti di Fiesole e d'Intorno nelle valli, e ivi ridotti In arìdo luogo e non prov- veduti di vittuaglia, e usediati d'intorno alle monta- gne da Onorìo e dall'oste de' Romani, più per mira- colo divino che per forza umana (imperocché a com- parazione de'Goti l'oste dello imperadore Onorio era quasi niente); ma per la fame e sete sofferta per più giorni per li Goti, s^ arrenderò i Goti presi, dopo molto grande quantità prìma morti di fame, li quali come bestie furono tutti venduti per servi, e per uno
* viaggiato. ' a moudco.
DI GIOVANNI VILLANI.
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danaio diedono Funo, con luUochè per la fame e dis- agio ch^ aveano avuto, la maggiore parie si morirò in brieve tempo a danno de^comperatori che li aVeano a soppeilire ; e Radagasio di nascosto fuggito della sua oste, da' Romani fu preso e morto, fi così mo- stra, che ninna signoria né grandessa nbn ha fermo stato, e che non venga meno: che siccome antica- mente gli Romani andavano per le universe parti del mondo conquistandosi e sottomettendosi le province e** popoli sotto loro giuridizione , cosi per diversi popoli e nazioni furono afQitti e tribulatì lungo tem- po, come innanzi sarà menzione; « quelli che Io *m- perio consumarono, furono alla fine distrutti per le loro peccata.
Essendo la nostra provincia di Toscana stata in questa afflizione, e la città di Firenze per la venuta e assedio de'Goti in grande b^ibolazione» si era in Firen- ze per vescovo uno santo padre ch'ebbe nome Zeno- bio. Questi fu cittadino di Firenze, e fue santissimo
uomo, e molti miracoli fece Iddio per lui, e risuscitò morti, e si crede che per li suoi meriti la città nostra fosse liberata da' Goti e dopo la sua vita santa molti miracoli fece. E simile santificò con lui Santo Crescen- zio e santo Eugenio suo diacono e suddiacono, i quali sono soppelliti i loro corpi santi nella chiesa di santa Reparata, la quale prima fu nominata Santo Salvado- re; ma per la vittoria che Onorio imperadore co'Ro-* mani e coTiorentini ebbono contra Radagasio re de' Goti il di di Santa Reparata, fu a sua reverenza ri- mosso il nome alla grande chiesa di Santo Salvadore in santa Reparata, e rifatto santo Salvadore in ve- scovado, com' è a' nostri di. Il detto Santo Zenobio mori a San Lorenzo fuori della città : e recando il suo corpo a Santa Reparata, toccò un olmo eh' era secco nella piazza di Santo Giovanni, e incontanente tornò verde e fiorio; e per memoria di ciò v'è oggi una croce in su una colonna in quello luogo.
LIBRO SECONDO
CAPITOLO L
Qui comiucia il secondo libro: come la dita di
Firetuke fu distrutta per Totile Flagellum Dei re
de' GoU e de' Vandali.
Negli anni di Cristo 440, al tempo di Santo Leo * papa, e di Teodosio e Valentiniano Imperadori, nelle parti d'aquilone fu uno re de' Vandali e di Goti che si chiamava Bela, soprannomato Totile. Questi fti barbaro, e sanza legge, e crudele di costumi e di tutte cose, nato della provincia di Gozia e di Svezia, e per la sua crudeltà uccise il fratello, e molte di- verse nazioni di genti per sua forza e potenzia si sottopose ; e poi si dispose di distruggere e consu- mare lo 'mperio de' Romani, e disfare Roma: e cosi per sua signoria ranno innumerabile gente del suo paese, e di Svezia, e di Gozia, e poi di Pannonia, cioè Ungaria, e di Danesmarche, per entrare in Ita- lia. E volendo passare in Italia, da' Romani, e Bor- gognoni, e Franceschi fu contrastato, e grande bat- taglia contra lui fatta nelle contrade di Lunina, cioè Frioli e Aquilea, colla maggior mortalità di gente che mai fosse in neuna battaglia dall'una parte e dall'al- tra: e fu morto il re di Borgogna, e Totile come sconfitto si tornò in suo paese colla gente che gli era rimasa. Ma poi volendo seguire suo proponimento di distruggere lo 'mperio di Roma, si ranno maggior esercito di gente che prima, e venne in Italia. E prima si puose ad assedio alla città d' Aquilea e stet-
Leond.
tevi per tre anni, e poi la prese e arse e distrusse con tutte le genti ; e entrato in Italia, per simile modo distrusse Vicenza, e Brescia, e Bergamo, e Milano, e Ticino, e quasi tutte le terre di Lombardia, salvo Modona per li meriti di Santo Giminiano che n' era vescovo; che per quella città trapassando con sua gente, per miracolo di Dio non la vide se non quando ne fu fuori, e per lo miracolo la lasciò che non la distrusse: e distrusse Bologna, e fece marti- rizzare santo Procolo vescovo di Bologna, e cosi quasi tutte le terre di Romagna distrusse. E poi tra- passando in Toscana, trovò la città di Firenze po- derosa e forte. Udendo la nominanza di quella, e com* era edificata da nobilissimi Romani, e era ca- mera dello 'mperio e di Roma, e come in quella con- trada era stato morto Radagasio re de' Goti suo an- tecessore con cosi grande moltitudine di Goti, come addietro è fatta menzione, comandò che fosse asse- diata, e più tempo vi stette invano. E veggendo che per assedio non la potea avere, imperciocché era fortissima di torri e di mura e di molta buona gente, per inganno, e lusinghe, e tradimento s' ingegnò di averla: che i Fiorentini aveano continuo guerra colla città di Pistoia: Totile si rimase di guastare intorno alla città, e mandò a' Fiorentini che volea esser loro amico, e in loro servigio distruggere la città di Pi- stoia, promettendo e mostrando a loro grande amo- re, e di dare loro franchigie con molti larghi patti. 1 Fiorentini malavveduti (e però furono poi sempre in proverbio chiamati ciechi*) credettono alle sue false lusinghe e vane promessioni: apenonli le porte, e misonlo nella città lui e sua gente, e albergò nel
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CRONICBE
CaapMoftio. Il cradek tiraoBO esfendo nella cicti con falla su toriM^ e con frisi acmManti noatrara aaMwe a^ dtladini, nno giorno fece richiedere a ano consiglio li HMggiori e pia poasenti caporali della terra in grande qoantilà; e coaM gingnorano in Cam- pidoglio, passando ad uno ad ano per ano valico di canMra, gli facera acddere e anunauare, non sen- tendo Tnno dell'altro, e poi gli Cicea gittere negli acquidocci del Campidoglio, cioè la gora d'Amo che andam sotterra per lo Cìnpidoglio, acciocchd ninno se n* accorgesse. E così ne fece BM>rire in grande quantità, che niente se ne sentiva nella città di Fi- reoie, se non che sM' uscita della città ove si seno* privano i detti acquidocci, ovvero gora, e rientra- vano in Ano, si vedea tutta V acqua rossa e san- guinosa. Allora la gente s' accorse dello inganno e tradimento; ma fe indarno e tardi, perocché Totile aveva fatto armara tolta sua gente: e come s'avvide che la sua crudeltà era scoperta, comandò che cor- ressono la terra uccidendo piccoli e grandi, uomini e femmine, e così fue fatto sansa riparo, perocché li cittadini erano sanz' arme e isproweduti: e trovasi che in quello tempo avea nella città di Firenze ven- tidue migliaia d' uomini d' arme sanza gli vecchi e' fenciulli. Ì4i gente della città veggendosi a tal dolora e distruzione venuti, chi poteo scampare il fece^ fuggendosi in contado, e nascondendosi in fortezze, e in boschi, e caverne; ma molti e più de' cittadini ne furono morti, e tagliati, e presi, e la città fue tutta spogliata d'ogni sostanzia e ricchezza per gli detti Goti, Vandali, e Ungari. E poiché Totile l'ebbe cosi consumata di genti e dell'avere, comandò che fosse distrutta e arsa e guasta, e non vi rimanesse pietra sopra pietra, e così fu ùitto: se non che dal- l'occidente rimase una delle torri che Gneo Pompeo avea edificata, e dal settentrione e dal mezzogiorno nna delle porte, e infra la città presso alla porta ca$a^ 9ive domo ^ interpratiamo il duomo di santo Giovanni^ chiamato prima casa di Marti. E di vero mai non fiie disfatto, né disfarà in etmno, se non al die judicio ^ e così si truova scritte nello smalte del detto duomo. E ancora vi rimasono V alte terri, ovvero templi segnati per alfabeto, che così gli tro- viamo in antiche croniche, le quali non sappiamo in- terpratare; ciò sono S. e casa P. e casa F. Porte quattro avea la città, e sei postierle^, e terri di ma- ravigliosa fortezza erano sopra le porte. E l'idolo dello Iddio Marti eh' e' Fiorentini levarono del tem- pio e puosono sopra una terra, allora cadde in Ano, e tanto vi stette quante la città stette disfatta. E così fu distrutta le nobile città di Firenze dal pessimo Totile a dì 128 di giugno negli anni di Cristo 450, e anni 520 della sua edificazione; e nella detta città fu morto il beato Maurizio vescovo di Firanze a gran tormento per la gente di Totile, e il suo corpo giace in santa Reparata,
* Bob parole queste di qualche cronica, a cui ebbe ri- corso r A
* È Tesso del popolo italianiazare le voci latine: cosi ■' ode dire al volgo fiorentino : andare a porta ii^feri , ve- nire a placebo^ rtdde rattonef U patemottrOf 11 depr<^ndi ecc.
^ceiuola e ìtàon portkétta da toccorio.
CAPITOLO H. Come TotUe fece reeéifkmre In dna éi F%$$oU.
Distratta ta città di Fireniet, Totile se n* nudò in sul monte ov'era stata raolicÉ dtti di Fiesole, • con sne bon^re, e tende, e Irabacehe quivi s^ae- campò, e comandò che ta detta città si raediicasse^ e fece hoidira che chmqne volesse tornare ad abi- lara n quella, fosse sicuro e franco, gioendo a lui d' essera contra li Romani, e acciocché ta citH di Fi- renze non si rifacesse nniL Per ta qnnle cosi molli che anticamente erano stati discesi di Fiesole, vi tor- narono ad abitara, e de' Fiorentini medesW hihggili, che non sapeano ove si dovessono abitara né andare; e cosi in poco tempo fu rtfhtta e reedfficata la cHlà di Fiesole, e fatta forte di mura e di gente, e poi, come prima era, fu sempre ribella di Roaui. B per- chè noi facciamo in questa nostra steria digressione, lasciando come Firanze rimase diserta e distaila, e seguendo le storie e' fatti de' Vandali, e de' Goti e de' Longobardi i quali signoreggiarono lungo tempo Roau e Toscana e tetta Italia, sì ne para di necessità; che per ta loro fona e signoria li Fiesolani non lascia- rono rìfera Firenze infino che d'Italia non farono cacciati, come innanzi si farà menzione, tornando a nostra materia.
CAPITOLO m.
Come Totile si partì di Fiesole per andare verso Roma, e distrusse molte cittadi^ e mori di
moia morte*
Rifatta la ctUà di Fiesole, TotUe si parti di quella» e andonne per Toscana per guastara lo 'mpe- rio, e per andare a Roma, e prese e distrusse la città d' Arcuo, e quella fece arare e Seminare dk sale ; e Perugia assediò più tempo, e per féme Tebbe e ta distrusse, e 'l beate Brcolano vescovo di quella foce strangolare. Simile fece della città di Pisa, e di Lucca, e di Volterra, e di Luni, Pontremoli, Parma, Reggio, Bologna, Imola, Faenza, Forlì, Forlimpopolo, e Cese^ na : tutte queste cittadi, e l'altra di Lombale nomi- nate, e molte altre città di Campagna e dì Terra di Roma dal nequissimo* Totile ftirono distrutte, e moHi santi monaci e religiosi da lui e da sua gente fhrono distratti e martirizzati, e fece grande persecuzione n' cristiani, rubando e disertando chiese e nméisterì, e quelle disfacendo ; e poi andando per distruggere Roma, in Maremma morie di repentina morte. Ma al- cuno altro dottore scrisse, che il detto To^ per li prieghi a Dio di santo Leo papa che allora regnava, si partì d'Italia e cessò la sua pestilenzir, impercioc- ché per miracolo d'Iddio, al detto Totile apparve più volte in visione dormendo una ombra con uno viso terribile e spaventoso, minacciandolo, che s'egli non facesse il volere del detto santo padre piqu Leone, il distruggerebbe. Il quale Totile per paura di ciò, reverenza fece al detto papa, e partissi d*italia sanza
* iniquissimo.
DI GIOVANNI VILLANI.
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apprefisarei alla dUa dì Roma, e toraossi in Panno- nia : e là voaato, di repeoUna morte morto; e alcuao disae, càe mori in Cigole nella Marca. Ma dovecch'e- gli morifise^ la nolte nederìma eh' egli mori, appar- ve per visione di sogno a Maruano imperadore, il quale era in Grecia, che V arco di Totile era rotto : per la qual cosa intese che Totile era morto, e così si trovò fihe in quella medesima notte m<Hlo. Questo Totile Èa il più crudele e potente tiranno che si truovi, e per la sua iniquìssima crudeltà fu chiamato per so- prannome FlageUum Dà, E per altri si scrisse che '1 deito soprannome poose santo Benedetto, eh' udendo Totile la sua sanlità, V andò a vedere a Monte Cas- sino travisato, per vedere se 1 conoscesse. Il beato santo non mai vedutolo, per ispirazione divina il co- nobbe, e disse : Itf sé* pagello di Dio per pulire^ le peccata: cornandogli da sua parte che non i- spanda più sangue umano, onde poco appresso mo- rto. E veramente fu flagello di Dio per consumare la superbia de' Romani e de' Taliani ^ per li loro peccati, che in quello tempo erano molto corrotti nello errore deUa resta arriana, e contra alla vera fede di (Msto, ed idolatri, e di molti altri peccati spiacenti a Dio erano contaminati: e così la divina potensia pulì 1 non giusti per lo crudele tiranno non giusto, giustamente.
CAPITOLO IV.
Come i Goti fimatouo signori d'Italia dopo la
morte di Totile.
Vivendo ancora Totile in Italia, Teodorìco un altro re de' Goti, si partì di Gesta e distrusse Dane- smarche, e poi Lotteringia, cioè Brabante e Analdo, e quasi tutta Francia ; e passò in Ispagna e tutta la distrusse. E stando in Ispagna udì la morte di Totile, incontanente ne venne in Italia, e co'Vandali, e Goti, e Ungarì, e altre diverse nazioni eh' erano stati con Totile raunò sotto sua signorìa, e lasciò in Ispagna Elarico, ovvero Elario, suo fratello re de' Goti, il quale comprese e conquistò non solamente Spagna, ma il reame di Navarra, e Proenza, e Guascogna in- flno a' confini di Francia. Ha poi il detto Elarìco' fu sconfitto e morto con tutta sua gente da Clovis re di Francia, il quale fu il primo re di Francia che fosse cristiano ; e la detta battaglia fu presso alla città di Pettierì a died leghe, Tanno di Cristo 510, e di- strusse i Goti per modo, che mai non abbono signo- ria di là da' montL II sopraddetto Teodorìco che passò in Italia prese Roma, e tutta Toscana, e Italia, e allegossi con Leone imperadore di Costantinopoli eretico arriano, il quale Leone passò in Italia, e ven- ne a Roma, e trasse di Roma tutte le imagini de'cri- nliani e arse in Costantinopoli, a dispetto del papa e della Chiesa. E qudlo Leone imperadore, e Teodorìco re de'. Goti guastaro e consumaro tutta Italia, e le elùese de' feddi fecero latte abbattere, e lo stato de' Romani e dello 'mperio molto infieboliro. E poi morto
' punirei coli doTAsi talora Intendtre presso gli antl' ohi; vedi più sotto pulì % mm giuiH. * italiani.
Leone imperadore, fu Zeno imperadore, e fu contra- rìo de' costumi e di tutte cose di Leone, e la sua schiatta annullò e consumò, e ebbe guerra co' Goti ch'erano in Italia: alla fine s'acconciò con pace con loro, ma volle per istadico^ Teodorìco il giovane fi- gliuolo di Teodorìco re de' Goti, eh' era garzone e piccolo, e tennelo seco in Costantinopoli. E Teodo- rico re tenne lo 'mperìo di Roma per lo detto Zeno- ne imperadore, facendonegli omaggio, e dandonegli trìbuto. In questi tempi, circa gli anni di Cristo 470, regnando in Costantinopoli Leone imperadore di Ro- ma, nella grande Brettagna, che ora Inghilterra è chiamata, nacque Merlino profeta (dissesi d'una ver- gine con concetto ovvero operazione di demonio) il quale fece in quel paese molte maraviglie per negro- manzia, e ordinò la tavola ritonda di cavallierì er- ranti, al tempo che in Brettagna regnava Uter Pan- dragone, il quale fu de' discendenti di Bruto nipote d' Enea primo abitatore di quella, come addietro £t- cemmo menzione ; e poi rinnovata per lo buono re Artù suo figliuolo, il quale fu signore di grande po- tenzia e valore, e sopra tutti i signorì cortese e gra- zioso, e regnò grande tempo in felice stato, come i ramanzi di Brettoni fanno menzione, e la cronica martiniana in alcuna parte in questo tempo.
CAPITOLO V.
Come i Goti furono cacciati la prima «oda ci' /- talia^ e come ricoteraro la signoria per lo gi09ane
Teodorico loro re.
Nel detto lempo intomo gli mini di Cristo 465, uu Agustolo (questi fu Teutonico) b* prese e occupò lo 'mperìo di Roma e d^ Italia quindici mesi. Ma E- vancier Greco di Rutina, con Ruttai sua gente venne in Italia, e per forza prese Piacenza e Ticino, e dis- cacciò della signoria il detto Agustolo, e fecesi monaco per paura. Evancier colli suoi Rotini venne a Roma, e ebbe tutta la signoria d' Italia per quattor- dici anni, e cacciò i Goti. Sentendo ciò Zeno impe- radore che dimorava in Costantinopoli, mandò contro il detto Evancier Teodorìco giovane che rìmase del padre re de'Gott, ch'avea diciassette anni, e per terra venne per Bolgaria e Ungarìa con assai fatica, e E- vancier gli si fece allo 'ncontro in Aquilea con iulto lo sforzo d'Italia; quivi si combatterò insieme, e B- vancier fu sconfitto e fuggissi con pochi a Roma: ma il popolo di Roma non lo lasciarono entrare in Roma nella città. Teodorìco co' Goti, e Greci, e Ungarì seguendolo a Roma, Evancier si fuggfo da Róma a Ravenna : ancora il persegui Teodorìco, e ass^ollo in Ravenna per tre anni, e presa la cittade, l' uccise, e distrusse sua gente negli anni di Cristo 4ÌB0, e Teodorìco rimase re e signore in Italia, avendo lega e amistà con Zeno imperadore di Costantinopoli, e da* Romani fu ricevuto a grande onore, e pacifica- mente tenne Roma e Italia grande tempo, e tolse per moglie la figliuola del re di Francia, che Lottieri fi- gliuolo di Clovis ebbe nome, ma poi si maculò della
* ostaggio, statico.
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CRONICHE
tornò al primo soo serrìgio e del suo maestro; col quale appresso crescendo Maometto in bonti, gli diede in ipiardia il suo maestro i suoi cammelli, e guidare sue mercatanzie, le quali bene avventurosa- mente avanzò. E morto il suo signore e per lo suo buono servigio, alle donna piacque, e ebbe affina di lui; e poi morto il marito, il si fece secondo loro co- stuma^ suo marito, e fecelo signore d^ogni sua su- stanzia e di molto grande avere. Maometto divenuto di povertà in ricchezza, si montò in grande orgoglio e superbia e in alti intendimenti, e pensossi di pote- re essere signore di tutti gli Arabi, perocch* erano grossi di senno e di costumi, e non aveano nullo si- gnore, né re, né legge : e egli era savio, malizioso, e ricco. E per fornire suo proponimento, prima si fece profeta, e predicava a quello grosso popolo, i quali viveano sanza legge. E per avere seguito e pon- dero, s** accostò con uomini, giovani, poveri e biso-> gnosi, e ch^aveano debito, e con rubatori e disperati, seguendo con loro ogni peccato, e vivendo con loro a comune di ruberìa e d^ogni male acquisto, spezial- mente sopra i Giudei cui molto disamava; e per que- sto divenne e montò in istati) e signoria, e fu molto dottato* e temuto nel paese, e quasi come uno loro re fu temuto per lo podere e senno ch^'avea tra quella gente barbera e grossa^ e per sua superbia più bat- taglie ebbe co** signori vicini, e più volte vinse, e fn sconfitto, e in alcuna battaglia perde de* denti dinan- zi. E perchè si facea profeta, e nelle dette battaglie in alcune fu sconfitto, onde per falso profeta fu rim- procciato, di che si scusava dicendo, che Dio non volea che combattesse, e però il facea perdere, ma come suo messaggio voleva predicasse al popolo, e ammaestrasse. Il quale predicando, dicea, ch^era so- pra tutti i profeti, e che dieci angioli per comanda- mento di Dio li guardavano, ed era messo mandato da Dio per dichiarare la legge a' Giudei e a' cristiani data da Dio a Moises; e quale contradicesse la sua ^^gg^% fosse morto di spada, e i figliuoli o moglie di quello cotale fossono suoi servi, e tutta loro sustan- zia in sua signorìa: questo fu il primo suo comanda- mento. Maometto fu di sua natura molto lussurìoso, e in ogni villano atto di lussurìa, grazioso era colle femmine Dicea che per grazia di Dio e* poteva più generare che quaranta altrì uomini, e però tenea quìndici mogli e più altre concubine, ovvero bagasce; e per gelosia le tenea nascose e velate il viso, per- chè non fossono vedute e conosciute : e per suo e- semplo sì reggono ancora i Saracini di loro mogli. D* altre femmine usava quanto potea o gli piacea, e più volentierì le marìtate che Taltre; e di ciò essendo rìpreso, e cominciando a dispregiare la sua dottrina e predica, si fu cacciato co' suoi seguaci della città di Lamech; per la qual cosa se n' andò ad abitare in un' altra città alquanto diserta ove abitavano giudei e pagani e idolatrì, e dura e selvatica gente, per me- glio potere usare la sua falsa dottrina e predica, e commuovergli tutti alla sua legge. E fece fare in quella terra un tempio ov'egli predicava: e per iscn-
' n discreto lettore vede che uou è da soncrìvere a tatto che r A. dice di Maometto. * rApntAto.
sarsi della sua disordinala vita d^ avoltarìo, si fece una legge seguendo la giudaica del vecchio Testa- mento, che qual femmina fosse trovata in avolterìo fosse morta, salvo che con lui, perocch' avea per co- mandamento dall* agnolo Gabbrìeilo eh* usasse le ma- rìtate per potere generare profeti. Ed essendo Mao- metto vago d* una moglie d' uno suo servo per sue bellezze, e toltala e giaciuto con lei, il manto la cacciò, e Maometto la si rìprese e tenne co1l*altre sae femmine; e per conservare il suo svolterò, disse, che ebbe lettera da Dio per F angelo che facesse legge, che quale uomo caccerà la moglie, o apponendole avoltero e* non lo provasse, cVun altro la si possa prendere; e se '1 prìmo manto mai la rìvolesse, non la possa rìavere. se prìma in sua presenza un altro uomo non giacesse con lei carnalmente; e allora era purgato il peccato, e ancora il tengono i Saracini Ancora fece legge che a ciascuno fosse lecito dis- verò e usare tante mogli e concubine quante ne po- tesse fornire, per generar figliuoli e crescere il suo popolo; e fece legge che ciascuno potesse usare la sua propria cosa sanza peccato a sua volontà e de^ siderìo, e questo trasse del bestiale paganesimo; e fece legge che quale ancella, cioè serva, ingrossasse di Saracino, fosse franca; e così retasse^ il suo fi- gliuolo come quello della moglie ; e se fosse cri- stiana, o giudea, o pagana, si potesse partire libera a sua volontà, lasciando al padre di cui avesse ac- quistato il suo figliuolo. Queste furono le prime leggi che fece Maometto da se medesimo. B avea Mao- metto la malattia di morbo caduco, che spesso cadea in terra e dibalteasi, e schiumava rolla bocca saaza sentimento: e quando il male gli era passato, per cO" prìre il suo difetto, e per fare meglio credere a qo^a grossa gente il suo errore e falsa dottrina, dicea che ciò gif awenia quando Iddio volea parlare con lui e ammaestrarlo delle leggi che desse al popolo, peroc^ che non era possibile di vederlo corporalmente ; sì il rapia T agnolo GabbrieYlo e portavalo in ispirilo, e nel rapire lo spirito, avea il corpo suo quella passio- ne. Stando Maometto nel cominciamento di questa sua falsa dottrina, avvenne per sodduzione del dia- volo, volendo corrompere la santa fede cattolica, che uno monaca cristiano eh* avea nome Chrcsius, ovvero in volgare Sergio, il quale era grande cherìco in corte di Boma e scienziato, ma per sue male opere e falso errore fu scomunicato e condannato per eretico, il quale per paura del papa si partì di corte : e u- dendo già la fama di Maometto, pasto oltremare, e di là si rinnegò la fede di Cristo, e eoo male talento per vendicarsi del papa e de' veri cristiani, se n'andò in Arabia, e si accozzò con Maometto, e trovollo al cominciamento ch^egli predicava la sua falsa dottrina, ma ancora non gli era data troppa fede; si gli mo- strò il detto Sergio come la sua legge volea esser meglio ordinata e fondata, acciocché '1 suo popolo gli credesse. E accostandosi con uno giudeo, simile rinnegato di sua legge, famigliare di Maometto, molto savio e sagace, questi rinnegati proflTerliai per con*- siglieri di Maometto, gli ricevette allegramente, e
' n^dMse 0 ereditasse.
m GIOVANNI VILLANI.
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fecegli molto grandi maestri appo lui, e eglino per loro aatasia feciono grande lui appo il popolo, fac- cendolo signore e profeta sopra lutti quelli che mai furono, e messo di Dio. E ordinarono insieme la falsa dottrina e mala legge delFAlcaram, traendo in parte quello eh' a loro piacque del vecchio Testamento e de* dieci comandamenti di Moises, e così del nuovo e vangelico dì Cristo, della fede de* cristiani, e parte della legge pagana idolatra; e raccomunandole insie- me colle leggi fatte io prima e poi per Maometto, ne feciono una quarta legge, la quale fu ed è errore e confusione della fede cristiana, e esiandio della giu- daica e pagana, mescolando il veleno col mele, cioè, con certe parti del buono delle dette leggi che vi misono, mescolato molto del falso errore. La qual falsa legge per lo vizio lascivo e largo della carna- lità, e per fona d^'arme, corruppe non solamente i grossi Arabi di quello paese, ma il paese d" Assiria, Persia, e Media, e Mesopotamia, Soria^ e Turchia, e molte altre provincie d* oriente , e poi T Egitto , e rAflftìca tutta inaino in Ispagna, e parte della Proen- za, e aknna volta si distesono in Italia e nel nostro paese di Roma e di Toscana, siccome per questa e altra cronica si potrà trovare. Lasceremo a dire de* falsi articoli della sua legge, che a questo trattato non ne pare di necessità, e sono disonesti e abomi- nevoli a fame io questo memoria; ma chi lo vorrà sapere legga rAIcaram di Maometto, ove tutte le sue costituzioni e decreti vi sono per ordine. E quando Maometto fu nell* aggio di quarant* anni, fu per in- vidia da* suoi medesimi avvelenato: e veggendosi ve- nire a morte, comandò che la sua legge fosse osser- vata, e chi la contradicesse fosse morto rolla spada: e lasciò che lui morto, noi dovessono soppellire in- fino a ti e dì, perocché di certo ave» da Dio, ohe in capo de* tre dì, in anima e in corpo ne sarebbe por- tato in cielo dagli angeli. I suoi parenti il tennono dodici dì, tanto che forte putire facea il suo corpo, e non fu portato in cielo; ma lui poi imbalsimato, il portarono alla sua città di Lamech onde fu nato, e in quella nel tempio in un* arca messo, e per magistero di ferro con forza di calamita, la detta arca col suo corpo sta sospesa in aria sanza nullo altro lenimento. Al cui corpo, di Saracini di diversi paesi vi vengono in pellegrinaggio con grandi oblazioni, e dicono, che per la sua santità, per miracolo divino sta così sos- peso in aria. Dopo la morte di Maometto, molti savi uomini conobbono il falso errore e dottrina di Mao- metto^ ed essere erronica, e da quella si partirò, e molto popolo fu scommo'sso e ritratto da quella legge. Ma i parenti di Maometto i quali per la sua signoria erano grandi e potenti, per non perdere loro stato, s^ordinaro uno successore di lui al modo del nostro papa, il quale tenesse e guardasse la legge di Mao- metto, e chiamarlo per soprannome calif. Bene ebbe tra loro al cominciamento, per la invidia della signo- ria, grandissima quistione, e per gara feciono due calif, e r uno calif dispoose 1* altro, e feciono addi- zioni e correzioni alla legge prima delPAlcaram di Maometto; e per questa cagione nacque tra loro er- rore, onde si partirono. 1 Saracini del levante rìten- Bono la propria legge di Maometto, e feciono loro
calif dimorante alla nobile e grande città di Baldaccs, e quegli d' Egitto e d* AlTHca ne feciono un altro in * loro paese: e tra loro fu errore con diverse maniere di legge erroniche Tona dall' altra. Ma nel genero * la legge delFuno califfo e delPaPro si concordavano insieme nella larghezza de' diletti carnali . e d* altri vizi lascivi; per la qual cosa, come detto è dinanzi, la maggiore parte del mondo ne è contaminata. E nota che per certe profezie si truova, e per grandi astrolaghi si afferma, che la detta setta de' Saracini dee durare circa ad anni 700, e allora de' finire e venire meno. Non dichiarirò se cominciasse alla na- tività di Maometto o alla sua morte, o quando egli die la legge agli Arabi. Lasceremo dello incomincia- mento della legge de' Saracini, e de' fatti di Mao- metto loro profeta, eh' assai in brieve n'avemo detto, e torneremo a nostra matera de' fatti d* Italia, e di- remo d* un' altra perversa e barbara gente che nella detta Italia vennono e signoreggiaro un tempo, che furono chiamati Longobardi, e di loro principio, e di loro geste, e fine; perocché furono grande cagione di non lasciare reediflcare la nostra città di Firenze per lungo tempo.
CAPITOLO IX. X>e' successori di Roiario re de" Longobardi.
Dopo il detto Rotario re de* Longobardi, onde addietro facemmo menzione nel capitolo di Narsete che gli fece di prima venire in Italia, regnò Gisulfo. Questo Gisulfo fu re di Puglia, e fece suo capo in Benivento che si chiamava in prima Sannia, e tutta Puglia disabitò quasi di paesani, e abitò di Longo- bardi, e feciono la legge che ancora si chiama lon- gobarda, e tengono ancora i Pugliesi e gli altri Ita- liani, in quella parte dove danno mondualdo \ ov- vero in volgare manovaldo, alle donne, quando s'ob- bligano in alcuno contratto, e fu buona e giusta leg- ge. Questo Gisulfo assediò Roma e 'I papa, e ebbe due figliuoli: 1' uno ebbe nome Alberico che fu re in Lombardia, e V altro ebbe nome Grìmaldo che rimase re in Benivento, e là morìo per torsi sangue, fati- cando suo braccio in aprire un arco: e dopo Grimaldo ne fu re Romoldo suo figliuolo, e molta persecuzione feciono alla Chiesa. In Lombardia regnò Alberico e suoi discendenti appresso, e ebbono grande guerra con quegli della ritta di Ravenna in Romagna, In quale era la maggiore e la più famosa città d'Italia appresso Roma. E così per grande tempo signoreg- giarono Italia i Longobardi, tanto che si convertirono in paesani e abitanti di tutta Italia. E erano di diverse sette, con tutto che fossono battezzati : 'chi era cri- stiano, e chi arrìano e d'attri errori, e chi idolatri e pagani; e così stette grande tempo Italia maculata dì errori, e di signoria tirannica per gli Longobardi,
' generalmente.
' Mondualdo o manovaldo vale tutore e difenditore delle
donne dato loro dalla leicfce, e sensa il cui consenso non
possono obbligarei né &r contratto veruno. Oggi osasi per
decreto, col quale il magistrato concede alle donne di pò-
I ter dlnpom» della propria dote.
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CRONICIIE
e la Chiesa molto abbassata e afDitta. Dopo Alberico regnò re de' Longobardi Eliprando il quale fo grande come gigante, e per la grandezza del ano piede si prese la misura delle terre, e chiamasi ancora a** no- stri tempi pie d' Eliprando, il quale è poco meno d' ano braccio alla nostra misura, e così è intagliato alla sua sepnltura a Pavia. Questo Eliprando fìi cri- stiano, e mandò in Sardigna a fare rilroTare Tossa e 1 corpo di santo Agustino, e fecole recare in I- talia, e per divozione infino a Genova con grande processione venne incontro, e poi in Pavia le rìpuose a grande onore e solennità negli anni di Cristo 725
CAPITOLO X.
Come Carlo Martello eenne di Francia in Italia a
richetta della Chiesa coniro a* Longobardi^ e
r origine della città di Siena.
Nel tempo del detto Eliprando, tutto che fosse cristiano, ma per la sua avarizia, e per volere occu- pare le ragioni della Chiesa Santa, e per consiglio dello imperadore di Costantinopoli, cominciò guerra co' Romani e con papa Gregorio terzo, e con tutto suo isforzo venne ad assediare il detto papa a Roma, egli di verso Lombardia, e Grìmaldo re de'Sanniti e Pugliesi con suo isforzo di Puglia, negli anni di Cri- sto 735. Per la qual cosa, fatto concìlio in Roma, la Chiesa co'Romani mandarono in Francia per soccorso a Carlo Martello, il quale Carlo fu figliuolo di Pipino grande barone di Francia e de* dodici peri, il quale governava tutto il reame e lo re medesimo; e si- mile fece il detto Carlo Martello, che il re che al- lora era, chiamato Ciperic, avea solamente il nome, ma Carlo la forza e la signoria: e fu figliuolo della serocchia di Dodone re d' Equitania, e poi fb padre del buono re Pipino padre che fu di Carlo Magno; e Martello avea soprannome, perocché 'I portava in so- pransegna. E in fatti fu martello, perocché per sua prodezza percosse tutta Alamagna, Sassogna, Soavia, Baviera, e Danesmarche infino in Norvea, in Inghil- terra, Equitania, e Navarra, e Spagna, e Borgogna, e Proenza, e tutte le mise sotto la sua signoria, e j gli fece suoi tributari Poi alla richesta del detto papa, passò in Italia infino in Puglia, e liberò Roma e la Chiesa deiroccupazioni de'Longobardi.^E dicesi che in quel tempo, intomo gli anni di Cristo 740, fu il cominciamento delP abitazione del luogo ov* é oggi la città di Slena per la gente vecchia e non sana che passò con Carlo Martello, i quali rimasono in quello luogo, come addietro é fatta menzione della edificazione di Siena.
CAPITOLO XI.
Come Braco Longobardo re di Faglia tonto aW ubbidienui di Santa Chiesa.
Dopo la morte d* Eliprando, succedette Eraco che regnò in Puglia. Questo Eraco somigliante al suo anticessore, ricominciò guerra colla Chiesa e con papa Zaccberia; e vegnendo a Roma negli anni
di Cristo 750 con tutto suo isfono di Puglia e di Lombardia, per distruggere Roma e '1 paese d'intor- no, per lo detto papa là predicato per modo, che Iddio ispirò in lui la sua grazia, e convertissi al- l' ubbidienza di Santa Chiesa egli e la moglie e' fi- gliuoli, e passò oltremare contra' Saracini e' pagani. Per la nostra fede cristiana fece di grandi e notabili cose con grande vittoria contra Cosdre re di Persia, e diliberò di pregìone i cristiani di Gerusalem e dì Soria presi per lo detto Cosdre re ; e racquistò la santa croce di Cristo che 1 detto re di Persia avea tolta di Gerusalem per dispetto de' cristiani ; e però s'ordinò per Santa Chiesa la festa dell'esaltazione della santa croce. E oltre a dò, tornato d'oltremare, il detto Eraco per l'amore di Cristo lasciò ogni si- gnoria mondana, e rendési monaco, e finì in santa vita. E la statua del metallo eh' é in Barletta in Pu- glia, fece fare a sua similitudine al tempo che re- gnava in gloria mondana. E in questi tempi si trovò di prima lo strumento della campana per uno mae- stro della città di Nola in Campagna, e però fu chiamata campana o Campania^ e alcuni la obiamaro Nola^ e la prima fu recata a Roma e posta nel por- tico di san Giovanni Luterano di piccola e grossa forma. Ma poi cresciute e mi^iorate, fae ordinato per Santa Chiesa si sonasse con quelle, a onore di Dio, r ore del di e della notte
CAPITOLO xn.
Come Telofre ré de' Longobardi perseguito Santa Chiesa^ e come il re F^no a richiesta di papa Stefano venne di Francia e sconfisselo e preselo»
Appresso del re Eraco succedette nel reame di Lombardia e in quello di Puglia insieme, Aristolfo, detto in latino Telofre, fratello del detto Braco. Que- sti fu signore di grande potenzia, e crudele, e nimico di Santa Chiesa e de' Romani ; e per consiglio di malvagi e ribelli Romani, prese Toscana e la vaRe di Spuleto, e distrussele, e toglieva cenai per ogni capo d'uomo; e fece congiura con Leone e Costan- tino suo figliuolo imperadori di CostantiDopoIi, e a sua richiesta passaro a Roma, e presonla con Telofre insieme, e rubaronla, e arsono le chiese e'aanti lao- ghi, e portarne in Costantinopoli le ricchezze di Roma, e tutte le imagini delle chiese di Roma, e per dispetto del papa e della Chiesa, e vergogna de' cristiani l' arse tutte in fuoco, e molti fedeli cri- stiani distrussero e consumaro in Roma e in tutta. Italia. Per la qual cosa Stefano papa secondo gli sco- municò, e tolse per ammenda del misfatto alio 'mpe- rio il regno di Puglia e di Cidlla, e stabili per di- creto, che sempre fosse di Santa Chiesa. E poi non potendo riparare alla forza deMetti tiranni ed a tanta affiizione, in persona n' andò in Francia a Pipino prencipe e governatore de' Franceschi a richiederlo e pregare, che venisse in Italia a difèndere Santa Chiesa contro Telofre re de'Lombardi, e fece al detto Pipino molti brivilegi e grazie, e fecelo e confermò re di Francia, e diipuose Ilderigo re cb^ era della prima schiatta, perocch* era uomo di ninn valore, a
DI GIOVANNI VILLANI.
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readéii monaco. Il quale Pipilo^ fedele e amatore di Santa Chiesa, il ricevette con grande onore, e poi con tutto suo iafolto col detto papa Stefano passò in Italia negli anni di Cristo 755, e col detto Telo- *fre re de' Lombardi ebbe grandi battaglie. Alla fine per fona d* arme e di sua gente, il detto Telofre fu Tinto e sconfitto dal buono re Pipino, e fece le co- mandamenta del papa e di Santa Chiesa, e ogni am- menda, com' egli e' suoi cardinali seppono divisare ; e lisciò alla Chiesa per patti e brivilegi il reame di Puglia e di Cicilia, e '1 patrimonio di Santo Piero. E venato il detto Pipino in Roma col detto papa, fu- TOiO ricevuti a grande ono*re da^ Romani : e U detto Pipino fu fatto patriee di Roma, cioè luogotenente d* imperio, e padre della repubblica de^ Romani. E rimessa Roma e Santa Chiesa in sua libertà e in buo- no stato, si tornò in Francia, e fini sua vita a grande onore; e succedette a lui re di Francia Carlo Magno sao figUaolo,
CAPITOLO xm.
Carne Dé$iderio figliuoio df Telofre ricominciò guer-
ra a Samia Chiesa, per la guai cosa Carlo Magno
passò in Italia e sconfisselo^ e prese e distrusse
la signoria de* Longobardi,
Partito il re Pipino d'Italia e tornato in Fran- cia, si riposò in alcuno tranquillo la Chiesa di Roma e '1 paese d' intorno uno tempo, per V accordo che Pipino avea fatto con Telofre re di Lombardia, e per la vittoria avuta contra lui; ma morto Telofre, Desi- derio ino Ogliuolo succedette a lui, il quale maggior- mente che il padre fu nemico e persecutore di Santa Chiesa, e ruppe la pace, e allegossi con Costantino che fn Ogliuolo di Leone imperadore di Costantino- poli, a colle sue forze fece cominciare guerra in Pu- §fis, e Desiderio dall* altra parte in Toscana, troppo SMggiore che '1 suo padre non avea di prima fatta. Per la qnal cosa Adriano papa che allora governava Suta Chiesa, numdò in Francia per Carlo Magno fi- glinolo di Pipino che venisse in Italia a difendere la Chiesa dal detto Desiderio e da'suoi seguaci; il quale Carlo re ài Francia passò in Lombardia negli anni di Cristo 775, e dopo molte battaglie e vittorie avute contra Desiderio, si V assediò nella città di Pavia ; e qieUa per assedio vinta, prese il detto Desiderio, e la moglie, e* figliuoli, sajvo che '1 maggiore figliuolo ck'avea nome Algiso si fuggi in Costantinopoli a Co- itantino imperadore, e sempre guerreggiò. Preso Deiiderìo e la moglie e' figliuoli, Carlo Magno gli fece fare la fedeltà a Santa Chiesa, e simile a tutti gli baroni e città d' Italia ; e poi ciò fatto, il detto Desiderio e la moglie e' figliuoli mandò in Francia pngioni, e là morirò tutti in pregione, e così falli h sigsorìa de' re de' Lombardi, detti prima Longo- Wrdi, eh* era durata 205 anni in Italia, per la forza tó Fraaceachi e del buono Carlo Magno, che mai poi Bos ebbe re ita Lombardia. Rene rimasero le de* signori e de^ baroni e borghesi^ stratti*
' BoTfgkm^ eittadini, che aveano larghe tenuto nt* bor- iai • tO]#. D tributo che UUora pagavano al sigoort del ^^ diotvaai horgaggio. ' origSnaiii.
di Longobardi ed in Lombardia e in Puglia; e ancora oggi ne sono in nostro volgare certi antichi gentili uomini che noi chiamiamo Cattaui ' lombardi, derivato da' detti Longobardi che n'erano stati signori d'Ita- lia. Carlo Magno avuta la detta vittoria venne a Ro- ma, e dal detto Adriano e da' Romani fu ricevuto a grande trionfo e onore; e appressandosi Carlo Ma- gno a Roma, vedendo la santa città di Roma di su Montemalo, discese da cavallo, e per reverenza ven- ne a piò inaino a Roma; e là giungendo, le porte della città e di tutte le chiese basciò, e a ciascuna chiesa offerse riccamente. E giunto in Roma, fu fatto patriee di Roma, e gli addirizzò lo stato di Santa Chiesa e de' Romani e di tutta Italia, e rimise in loro franchigia e libertade, abbattute in tutte le parti le forze dello 'mperadore di Costantinopoli, e del re de' Lombardi, e di loro seguaci, e confermò alla Chiesa ciò che Pipino suo padre le avea dotato \ e oltre a ciò dotò la Chiesa del ducato di Spnleto e di Benivento. E nel regno di Puglia ebbe più battaglie contro a' Longobardi e ribelli di Santa Chiesa, e as- sediò e distrusse la città di Ucedonia eh' è in A- bruzzi tra l'Aquila e Sermone, e assediò e vinse Tu- livemo il forte castello all'entrare di Terra di Lavo- ro. E pih altre terre del regno che teneano i ribelli di Santa Chiesa, e tutti gli sottomise a sua signorìa. E ciò fatto, lasciando Roma e tutta Italia in pacifico stato e sotto sua signorìa, bene avventurosamente intese a perseguitare i Saracini ch*aveano occupato Proenza, e Navarra, e Spagna, e colla forza de' suoi dodici baroni e perì di Francia, chiamati paladini, tutti gli conquise e distrusse, e passò oltremare a rìchesta dello *mperadore Michele di Costantinopoli e del patriarca di Gerusalem, e conquistò la Terra Santa e Gerusalem che Toceupavano i Saracini, e ac- quistò allo 'mperadore di Costantinopoli tutto lo/m- perìo di levante, il quale aveano occupato i Saracini e' Turchi. E tornando in Costantinopoli, tutto^ lo imperadore Michele gli volle donare molti grandissimi tesorì, nulla >olle prendere, se non il legno della santa croce e *1 chiovo di Cristo, lo quale in Fran- cia ne recò, ed è oggi in Parigi. E tornato in Fran- cia, aignoreggiò per sua prodezza e virtude non so- lamente il reame di Francia, ma tutta AJamagna, Proenza, Navarra, e Spagna, e tutta Italia.
CAPITOLO XIV.
Della progenia di Carlo Magno^ e di suoi
successori,
E imperciocché questo Carlo Magno fìi di grande affare e fu per sua prodezza e bontà rifatta la nostra città di Firenze, come innanzi faremo menzione, vo- lemo brievemente fare memoria de* suoi discendenti che furono imperadori e, re di Francia, infino che falli la sua schiatta al tempo d'Ugo Ciapetta duca di
' Coitane era l'ultimo grado di nobiltà nell'ordine fen- dale, meno di Valvaasoro: castellano, signor di castella. ' dato in dote. ' Nota tutto per tuUoM col modo indicativo.
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CRONICHE
Orliens. Appresso Carlo Magoo, regnò iroperadore e re di Francia Loia suo figliuolo venUseì anni; poi fv LoUìerì suo figliuolo imperadore, come innanzi fa- remo menzione, e Carlo il Calvo V altro figliuolo di Luis fu re di Francia anni trentaquattro. Alla fine, morto Lotderi suo fratello, fu il detto Carlo il Calvo imperadore due anni, e T altro figliuolo del soprad- detto Luis, che per lui Luis ebbe nome, fii re di Ba- viera e d*Alamagna, e di là rimasono re i suoi di- scendenti. Poi morto Carlo il Calvo, fu re di Francia Luis il Balbo suo figlinolo due anni. Questi non ebbe lo 'mperìo, ma fu imperadore Luis figliuolo di Lot- tierì imperadore, come innanzi faremo menzione. Poi di questo Luis il Balbo re di Francia rimase la mo- glie incinta d* uno figliuolo eh* ebbe nome Carlo il Semplice: di questo Luis il Balbo rimasono ancora due figliuoli grandi, V uno ebbe nome Luis, e V altro Carlo Magno ; ma non furono di diritto maritaggio nati. Questi regnarono cinque anni, e furono morti ; e dopo la loro morte, gli baroni diedono il reame a Carlo il Grosso imperadore, che fu figliuolo di Carlo il Calvo, e regnò, essendo imperadore, cinque anni re di Francia. Questi fu quello Carlo che pacificò gli Normandi, e fece parentado con loro, e fecegli di- ventare cristiani, e diede loro Normandia, come in- nanzi sarà menzione. Ma poi questo Carlo divenne si malato, eh* era perduto del corpo e della mente onde per necessità fu disposto dello 'mperio e del reame, e per gli baroni dello 'mperio fu eletto uno Arnolfo imperadore, come innanzi nella storia degli impera- dori sarà menzione; ma non fu del legnaggio di Car- lo, né poi non ne fu niuno imperadore Francesco. I baroni di Francia disposto Carlo il Grosso, di con- cordia feciono re di Francia Ugo, ovvero Oddo, fi- gliuolo di Ruberto conte d'Angieri, e regnò nove anni, e fu buono uomo e dolce, e nudri onorevol- mente Carlo il Grosso eh' era malato e disposto. Ma essendo il detto Oddo in Guascogna, i baroni di Francia feciono re Carlo il Semplice figliuolo adpo- stumo^che fu di Luis il Balbo della diritta schiatta reale; onde sappiendo ciò Oddo, crucciato venne di Guascogna in Francia, e fece grande guerra per cin- que anni, e poi si mori. Questo Carlo il Semplice regnò re ventisette anni; ma essendo lui re, parte de' baroni di Francia feciono re Ruberto fratello del sopraddetto Oddo d'Angieri, e ebbono grande guerra nel reame : alla fine il detto Ruberto fu sconfitto e morto da Carlo. Ma poi il detto Carlo il Semplice fu preso da Ruberto conte di Vermandos^ eh* era del legnaggio di Ruberto eh* era stato re, e in pregione il tenne a Perona tanto che morì. Ma lui preso, k moglie di Carlo ch'era serocchia del re d'Inghilterra se n' andò al (rateilo con uno suo figliuolo eh* ebbe nome Luis. Poi gli baroni di Francia feciono loro re Ridolfo figliuolo del duca di Borgogna^ e regnò due anni ; ma lui morto, i baroni mandarono in Inghil- terra per lo giovane Luis figliuolo di Carlo il Sem- plice e fecionlo re di Francia. Questo Luis regnò in Francia ventisette anni. Questi ebbe per moglie la serocchia del prìmo Otto della Magna imperadore. e
ebbene due figliuoli, Lottieri e Carlo il grande; poi negli anni 947. fu il detto Luis preso nella città di Leone sopra Rodano da Ugo il Grande suo nimico. Ma ciò sappiendo Otto imperadore, venne in Francia, con innumerabile oste, e prese la città di Leone, e trasse di pregione il re Luis suo cognato, e poi puose l'assedio alla città di Parigi ov'era il detto Ugo il Grande, e rendési egli e la città alla mercè del detto Otto, e pacificò insieme con Luis re, e rimase Luis in sua signoria. Ma lui morto, fu fatto re di Francia Lottieri suo figliuolo, il quale regnò tren- tun' anno, e ebbe guerra co' Fiamminghi, e vinsegli, e prese il ducato del Loreno eh* era dello 'mperio. onde Otto secondo imperadore suo cugino ebbe guerra con lui, e corse il reame di Francia. Alla fine feciono pace, e lasciò allo 'mperio il Loreno. Poi mirto Lottieri, fu fatto re Luis suo figliuolo, ma non vivette che uno anno, e rimase sanza reda; e gli baroni di Francia feciono loro re Ugo Ciapetta duca d'Orlieus gli anni di Cristo 998. Allora falli la signoria della schiatta di Pipino e di Carlo Magno. Bene rimase in vita, regnando Ugo Ciapetta, Carlo il Grande fratello che fu di Lottieri e zio delPultimo Luis, il quale fece gran guerra a Ugo Ciapetta; ma alla fine fii il detto Carlo sconfitto e morto, e rimase il reame paceficamente a Ugo e a sue rede : e cosi regnò il legnaggio di Pipino re di Francia anni 236. Avendo detto brievemente il corso e signoria de' successori e discendenti di Carlo Magno i quali ap- presso lui furono re di Francia, « tali imperadori di Roma inftno che fallì il loro lignaggio, sì n' è di nicessità di dire ancora di quello ch'adoperaro gl'im- peradori franceschi, perocché si mischia molto alla nostra materia, per le novità della nostra provincia d*Italia e della Chiesa di Roma, che furo a' loro tempi ; e però torneremo addietro, come Carlo Ma- gno re di Francia fu fatto imperadore di Roma, e poi degli altri imperadori di suo legnaggio che fu- rono appresso.
CAPITOLO XV,
Come Carlo Magno re di Francia fu fatto imperadore di Roma,
Carlo Magno tornalo d'oltremaie in Francia, come detto avemo, e avendosi sottoposto Alamagna, Italia, e Spagna, e Proenza, i malvagi Romani co' possenti Lombardi e Toscani si rubellaro dalla Chie- sa, e in Roma presono papa Leone terzo, che allora regnava, andando alla processione delle Letanie^, e abbecinarongli gli occhi, e tagliaro la lingua, e cac* ciaronlo di Roma. E come piacque a Dio per mira- colo divino, e siccome innocente e santo, riebbe U vista degli occhi e la loquela del parlare, e andon- ne in Francia a Carlo Magno, pregandolo che ve- nisse a Roma a rimettere la Chiesa ^n sua libertà:
' liO stessu che apoitumo, oggidì ^oitumo*
' Procession* delle Letanie o delle Letane era detta quella che si fa nel giorno dì S. Bfarco, 25 aprile. Cbia- mavaiiBi Letanie e Letane anche le persone che vanno « processione. Così Dante, Inf. 20 : Al i»«mo, Ohe femno le Mane t» juetta inondo.
DI GIOVANNI VILLANI.
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il quale Cirio a richiesia del detto papa Leone, oon lui iosieme veune a Roma, e rimise il papa e la Chiesa in suo stato e libertade, e fece grande ven- detta di tutti i ribelli e nemici di Santa Chiesa per tutta Italia. Per la qual cosa il detto Leone papa co* suoi cardinali e concilio generale, e con volontà de'Romani, per le virtudiose e s >nte operazioni fatte per lo detto Carlo Magno in istato di Santa Chiesa e di tutta cristianitade, per dicroto leverò lo 'mperio di Roma a** Greci, e elessero il detto Carlo Magno im- peradore de^ Romani, s'ccome dìgnissimo dello 'm- perio, e per Io detto papa Leone fu consacrato e co- ronato in Roma gli anni di Cristo 801 con grande solennità e onore il di di Pasqua. Il quale Carlo bene avventurosamente imperiò anni quattordici e mesi uno e di quattro, signoreggiando in tutto lo ^mperio del ponente, e le province dette di sopra, e eziandio lo*m- peradore di Costantinopoli era a sua obbedienza: e fece edificare tante badie quante lettere ha nelP ab- bicci, cominciando il nome di ciascuna per la sua let- tera. E coronato Luis suo figliuolo dello 'mperio e flel reame di Francia, dando tutto suo tesoro a** po- veri per Dio in questo modo; ch^ egli lasciò il terao di suo tesoro, il quale era infinito, a tutti i poveri di cristianità mendicanti, e le due parti lasciò a dispen- sare a tutti i suoi arcivescovi di suo imperio e di suo reame, acciocché gli partissono intra gli loro vesco- vi, e a tutte chiese, e monisteri, e spedali. Questi sono i nomi degli arcivescovi e vescovi principali cui fece suoi esecutori: quello di Roma, ciò fu il papa, Tarcivescovo di Ravenna, e quello di Milano, e '1 pa- triarca d'Aqnilea, e quello di Grado, e 1 vescovo di Firenze, in Italia: in Alamagna, all'^arcivescovo di Co- togna, a quello di Maganza, a quello di Trievi, a quello di Liegge : a quello di Senso, a quello di Bi- senzona, a quello di Leone, a quello di Vienna in Borgogna, a quello di Ruem, a quello di Rema, a quello del, Tono, a quello di Burgi in Francia, a quello di Garent, a quello di Riens in Navarra, a qneUo di Bordello in Guascogna ; e questo troviamo per le sue croniche. E ciò fatto, santamente rendo r anima a Cristo nella terra d' Aquisgrana in Alama- gna, e là fu soppellito a grande reverenza, cioè ad Asia la Cappella: ciò fu gli anni di Cristo 814, e vi- vette settantadue anni: e molti segni apparirò innanzi a sua morte come raccontano le sue croniche de'fatti di Francia. Questo Carlo accrebbe molto la Santa Chie- sa e la cristianità a lungi e appresso, e fu uomo di grande virtà.
CAPITOLO XVL
Come appresso Carlo Magno fu mperadore Lodovico suo figliuolo.
Dopo la morte di Carlo Magno, succedette allo^m- pefio di Roma il re di Francia Lodovico suo figliuo- lo anni venticinque. Questo Lodovico ebbe in prima grande guerra con due suoi fratelli, ciò furo Carlo e Pipino; e Tuno gli rubellò Lamagna, e Feltro Spagna; e poi le rivinse loro per forza, e finirono male. E ebbe il detto Luis tre figliuoli: il primo LotUeri, e
fecelo signora in Italia e luogotenente dello 'mperìo; il secondo ch'ebbe nome Pipino fece re d'Eqnitania, il tereo, detto Luis, fece re di Baviera e d'Alamagna: e dicesi che quegli della casa di Baviera sono stratti di quello lignaggio. Poi ebbe Luis d* un' altra moglie uno figliuolo ch'ebbe nome Carlo il Calvo, e fu poi re di Francia trentaquattro anni, e alla fine fu impe- radere due anni, morto Lottieri imperadore suo fra- tello. Poi tutti gli detti figliuoli di Luis col loro padre distrussono Brettagna. Poi nacque dissensione grande tra lui affiglinoli, i quali si rubellaro da Luis, e aRe- garonsi col papa, il quale papa Gregorio quarto colli suoi cardinali il dispuosono dello 'mperìo per certe false accuse fatte contra lui, e rendési monaco in san Marco in Sassogna; il quale papa, quello anno mede- simo trovando il vero, si ripentè e rimiselo in sua dignità, e^ figliuoli medesimi si riconobbono^ e tor- nerò alla sua obbedienza.
CAPITOLO XVII.
Come i Saracini di Barberia passarono m Italia e f^ono sconfiiH e MH morti.
Al tempo di questo Luis, ovvero Lodovico, re di Francia e imperadore, e di Gregorio papa, per alquanti grandi uomini di Roma e scellerati e fuori d^ogni fe- de, per loro tirannia vollono guastare lo 'mperio, con giura ' e ordine di certi grandi Toscani ; manderò al soldaoo de'Saracini che venisse a Roma e possedesse Italia; i quali Saracini passarono con grande navilio in Italia, e fu si grande moltitudine, che copria la terra come i grilli, e coraero e guasterò Cicilia e Pu- glia, e assediaro Roma e presono la parte della città Leonina ov' è la chiesa di San Piero, e di quella fe- ciono stalla di cavalli, e disfeciono la chiesa di San Piero e di San Paolo, e più altre di fuori di Roma, e poi tutta Toscana guasterò. Il detto papa Gregorio mandò per soccorao in Francia a Lodovico imperado- re, e in Lombardia al marchese di Monferrato; il quale Guido marchese co*Lombardi prima venne, e poi Lo- dovico coTranceschi; e dopo molte battaglie e spar- gimento di sangue, i Saracini cacciarono d' Italia, e andandone in AflHca, in alto mare per tempesta tatti annegaro; e ciò fu negli anni di Cristo 835.
CAPITOLO xvni.
Ancora come i Saracini passarono in Calnera e Normandia in Francia.
Dopo il detto Lodovico imperiò Lottieri anni dieci. Questo Lottieri simigliente ' ebbe guerra co* fratelli per volere il reame di Francia che tenea Carlo il Calvo, e combattè con loro, e fu sconfitto in Al- zurro; per la qual cosa lo'mperìo molto abbassò, che i possenti Lombardi e Italiani non lo ubbidieno, ma si recarono a tiranno, e signoreggiavano chi più po- tea. E per questa cagione i Saracini anche a rìchesta de' tiranni passarono in Italia, in Puglia, e in Cala-
' si ravvidero. ' conglur*. * pure, medesimamente.
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CROMICHE
vra; e' Normandi, ciò furono Norvechi di Nonrea, per maro paasaro in Gallia, e distnusono quasi tutta Fran- cia, e eiò fu negli anni di C^ato 847, onde lo impe- rio di Roma e *l reame di Francia molto abbassò. Per la qual cosa Lottieri, per dolore, lo *mperìo e parte del reame che tenea dal fiume dello Scatto a Reno lasciò al figliuolo, e fecesi monaco e religioso di santa vita. A costui tempo Leone papa quarto rifece la Chie- sa di san Piero e di san Paolo, e tutte le chiese di Roma disfatte da^ Saracini, e fece le mura della città detta Leonina intomo a san Piero, e per suo nome così fu chiamata.
CAPITOLO XIX.
Come^ e in cui fallì lo ^mperio e reame di Francia alla progenia di Pipino,
Dopo Lottieri imperiò Luis secondo suo figliuolo ventuno anno. Questi ebbe molte battaglie co* Romani e co"* Toscani, perchè non ubbidieno lo 'mperio ; e al suo tempo il reame di Francia ebbe molte avversità da' Normandi. Dopo costui fu imperadore Carlo se- condo figliuolo di Luis primo, detto Carlo Calvo. Que- sti venne a Roma e per podere di sua moneta che spese ' a* possenti Romani e a papa Giovanni ottavo, si fece coronare imperadore, e non regnò che ventun mese ; e in questo tempo Luis di Baviera suo fratello gli fece guerra, e gli occupò parie dello *mperìo a* confini di Francia. Questo Carlo rifece tutte le chiese disfatte da' Saracini in Italia, e cacciogli di Cicilia; e tornando Carlo Calvo la seconda volta da Roma, Hi da uno medico giudeo avvelenato, e morì a Vercelli hi Lombardia, e '1 suo corpo da* suoi fu portato in Francia a san Dionisio. B dopo il detto Carlo il Calvo succedette a lui Carlo il terxo, il quale fa chiamato Carlo il Grosso, e imperiò anni dodici, e degli ultimi dodiéi anni gli cinque anni fu imperadore e re di Francia, perocch*era morto Luis il Semplice suo sio re di Francia, a figliuoli sanu reda^ Ma al fine il detto Carlo il Grosso ammaloe per modo, che quasi era perduto, sicché per nicessità da^ baroni fu dispo- sto dello *mperìo e del reame. Al tempo di costui i Normandi e quegli di Danesmarche distrussero e gua« staro gran parte di Francia e d'Alamagna, per la qual cosa il detto Cario il Grosso innansi che fosse per- duto della malattia, andò contra le dette genti con tutto suo isforzo infino in Alamagna. I Normandi veg- gendo la potenzia dello *mperadore, si pacificaro con lui, e il loro re tolse per moglie la sua cugina fi- gliuohi che fu di Luis il Semplice re di Francia, e per mano del detto Carlo si fece batteixare cristiano, e tutte sue genti per lui si feciono cristiani; e non volendo tornare in loro paesi, si diede loro il det- to Carlo ad abitare la contrada e paese che allora si chiamava Laida Serena, la quale per loro nome poi sempre fu chiamata Normandia, e ciò fu negli anni di Cristo 890, e il primo duca de* Normandi ebbe nome
Ruberto del cui lignaggio discesono valenti signori, come innanzi faremo menzione.
CAPITOLO XX.
Di quello medesimo, e come regnaro appresso il lignaggio d'Ugo dapetta.
Appresso che fu disposto dello *mperìo, come detto avemo, Carlo il Grosso, i baroni elessero impe- radore Arnolfo, ovvero Arnoldo, uno barone di Fran- cia, ma non fu del lignaggio di Carlo il Magno. Que- sti regnò dodici anni, ma poco si travagliò de* fatti d'Italia, se non in tanto che per sua forza fece fiure papa Sergio terzo, il quale fece nella Chiesa molte grandi mutazioni contra i suoi anticessori, come la cronica martiniana fa menzione. Questo Arnolfo com- battè in Maganza con Danesmarchi e Normandi, e vin- segli e cacciogli, che quarant*anni Alamagna e Fran* eia aveano soggiogata. Questi alla fine per malizia divenne perduto, e lo 'mperìo de* Romani ch*era ap- po" Franceschi, al suo tempo falli e venne meno, gli anni di Cristo 901. B non solamente filD lo *mperio a" Franceschi, ma eziandio la signorìa d* Alamagna al suo figliuolo e successore gli anni di Cristo 910, che Currado primo tedesco ne fu fatto re, e fallì a* Fran- ceschi k signorìa di Spagna, e di Navarra, e Proen- za, e non passò anni ottanta, che al tutto fMlì il le« gnaggio di Carlo Magno, che non furono re di Francia dal tempo d' Ugo Ciapetta duca d* Orliena, come ad- dietro facemmo menzione, gii anni di Cristo 900: e così mostra che sette fossero gì* imperadorì franoe- schi, che sei furono del lignaggio del buono Pipino. Durò lo *mperìo appo* Franceschi discendenti di Cario Magno per cento anni, e per loro discordie finlo in loro lo *mperìo, e ritornò agi* Italiani ; perocché noa atavano ' gli Romani dalle ingiurie de* Lombardi e de' Toscani, né *1 papa, né la Chiesa da* tiranni ehe la perseguieno; e dove i loro anticessori aveano fatto le chiese e dotate riccamente, per loro erano distratte e rubate. Avemo detto sì lungamente delio *mperio e de* re de* Franceschi, lasciando nostra materia de*fkti di Firenze, per continuare le novitadi e persecuzioni che a* loro tempi ebbono gli Ronumi e quasi tutta 1^ talia da*Saracini, e dalle discordie de'Loaibardi di*eb<- bono colla Chiesa; per la qual cosa la città (fi Firenze di poco tempo rifatta, per le dette avveraitadi poco accrebbe o venne in istato. Lasceremo le storie de' Franceschi e torneremo addietro a nostra materia, per contare come la città di Firenze fu rifatta e ristorata al tempo del buono Cario Magno ; ma prima diremo di suo avverso stato innanzi ch'ella fosse rifatta.
CAPITOLO XXI.
Cdme la eillà di Fkenss steUe guasta e disfatta
350 anni.
' proftise.
^ Modo troppo ricido e doq imitabile. Vale: suo tio f di Fronda, qwmUì a figliuoli^ aenxa eredi; che è « dire : fUM Qvta figlimli tredi} 9m li oftri (ki ino Kifi^Ne.
Dopo la distruzione della città di Firenze fatta per Totile Plagelhm Dei, come addietro è fìitta men- zione, stette così disfatta e diserta intorno di 350
* diftoderuio. Cosi Dante, Inf. 1: Vedi la bestia, per
cu* io mi vMi dettami 4a ^ fimm ssggio.
DI GIOVAISNI V1LLAT41.
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anni, per lo male stato di Roma e dello 'mperìo, il quale prima da' Goti e Vandali, e poi da* Longobardi e Greci e Saracini e Ungari fue perseguitato e ab- bassato, come addietro è fatta mensione. Ben v" avea ov* era stata Firenze alcuno borgo e abitanti intomo al duomo di santo Giovanni, per cagione chV Fieso- lani vi facevano mercato un dì della settimana, e chia- mavasi Campo Marti, per l'antico nome, perocché prima sempre da' Fiesolani era loro mercato, e così chiamato anzi che Firenze si facesse. Avvenne per più volte infra 1 detto tempo che la città era guasta e disfatta, che qne* cotanti abitanti de' borghi e del mercato, coir aiuto di certi nobili del contado che anticamente erano stati stratti de' Fiorentini primi cit- tadini, e di quelli de' villaggi intorno, vollero più volte richiudere di fossi e di steccati alcuna parte della città intomo al duomo; ma per quelli della citta di Fiesole, e col loro aiuto i conti da Mangone, e di
Hontecareiy, e di Capraia, e da Certaldo ch'erano tutti d'uno lignaggio co' eonti da Santaflore stralli di Longobardi, si mettevano a riparo e contaste ^ • non la lasciavano rifare; ma quello che si focea, per forza, vegnendo armati e possenti, il faceano abbat- tere e disfare, sicché per questa cagione, e per r avversitadi eh' aveano i Romani, siccome addietro é fatta menzione, e perché i Fiesolani sempre si ten- nono co' Goti, e poi co' Longobardi e con tutti i ri- belli e nemici dello 'mperio di Roma e di Santa Chio- sa, e erano per la loro forza sì possenti e grandi che non n'aveano contasto da niuna^ loro vicino, non sof- ferieno che la città di Firenze si rifacesse; e per que- sto modo stette lungo tempo, infino che Dio pose fine air avversità della città di Firenze, e recolla a salute delU sua reparazione, come per noi si tratterà nel seguente capitolo, e terzo libro.
LIBRO TERZO
CAPITOLO I.
Come la ciiià di Firenze fu redifkaia colla po^ ien»ia di Cario Magno e de* Romatèi, lortMiùio
alquanio addietro.
Avvenne, come piacque a Dio, che al tempo del buono Carlo Magno imperadore di Roma e re di Francia, di cui addietro avemo fatta lunga memoria, dappoich'ebbe abbattuta la tirannica superbia de'Lon- gobardì e de'Saracini, e degl'infedeli di santa Chiesa, e messa Roma e lo 'mperio in buono stato e in sua libertà, siccome addietro ò fatta menzione, certi gen- tili e nobili del contado di Firenze, che si diceano che caporali furono i filii Giovanni, i filii Guineldi, e i filli Ridolfi^ stratti degli antichi nobili cittadini della prima Firenze, si congregarono insieme con quelli co- tanti abitanti del luogo ove fu Firenze, ed altri loro seguaci abitanti nel contado di Firenze, e ordinerò di mandare a Roma ambasciadori de* migliori di loro a Carlo imperadore, e a papa Leone, e a' Romani, e così fu fililo; pregandogli che si dovessono ricordare della loro figliuola hi città di Firenze, la quale fu gua- sta e distratta da' Goti e Vandali in dispetto de' Ro- DMUii, acciocoh'ella si rifacesse, e che a loro piacesse di dare forza di gente d'arme a riparare i Fiesolani e loro seguaci nemiei de' Romani, che la città di Firen-^ se Bon lasciavano redificare. I quali ambasciadori da Carlo imperadore e dal papa e da' Romani onorevol-
' Queste casate s! dicevano anche Figiovanni, Figo!- n^di, Firìdolfl. Si raccoglie dalle storie fiorentine del Ma- lispini* Fir. 1816.
mente furono ricevuti, e la loro petizione accettata benignamente e volentieri ; e incontanente lo' mpera- dore Carlo Magno vi mandò le sue forze di gente d'arme a piede e a cavallo in grande quantità, e' Ro- mani feciono dicreto e ordine, che come i loro anti- cessorì aveano fatta e popolata prima la città di Fi- renze, cosi vi andassero a redificare e ad abitare delle migliori schiatte di Roma e di nobili t di popolo, e cosi fii fatto. Con quell'oste dell'imperadore Carlo Ma- gno e de' Romani vi vennono quanti maestri avea in Roma, e per più tosto murarla e^ afforzarla, e dietro a loro gli seguì molta gente \ e tutti i contadini^ di Firenze, e de' fuggiti cittadini dì quella d'ogni parte, sentendo la novella, si raunaro coli' oste de' Romani e dello 'mperadore per redificare U città ; e giunti ov' è oggi la nostra città, in su V anticaglia e calci- nacci disfatti s' accamparono con trabacche e padi- glioni. I Fiesolani e loro seguaci veggendo V oste dello 'mperadore e de' Romani sì grande e possente, non s'ardirò a combatter con loro, ma tegnendosi aUa fortezza della loro città di Fiesole e a loro castella d' intorno, davano quanto sturbo poteano alla detta redificazione. Ma il loro podere fu niente appo la for- za de^ Romani, e dell'oste dell'imperadore, e de'rau- nati discendenti de' Fiorentini ; e cosi cominciaro a
' V. A. contrasto. Bocc. nov. 41-31: Sema edam con- taato dola loro da UtiUi la ina eco. Dieevasi anche: con' toiiatrc, contoitatOf contastatore,
^ Intendi: da ninna forza^ od anche da niuna eUtà peata loro vicino.
* Frammetti per. Le due ó di questo inciso stanno per «i, e #1, maniera che manca alla Crusca.
^ abitanti del contado.
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CRONICHB
rifare la città di Firente, non però d^Ua ^randeua ch^era stata in prima, ma di minore aito, come ap- presso sarà menuone, acciocché più tosto fosse mu- rata e afforzata, e fosse riparo come battifoUe della città di Fiesole; e ciò fa negli anni di Cristo 801 al- Tentrata del mese d* aprile, E dicesi che gli antichi aveano oppinione, che di rifarla non s* ebbe podere, se prima non tu ritrovata e tratta d* Arno V imagine di marmo, consecrata per li primi edificatori pagani per nigromaniia a Marti, la quale era stata nel fiume d*Arno dalla distruzione di Firenze infino a quello tempo; e, ritrovata, la puosero in su. uno piliere in su la riva del detto fiume, ov' è oggi il capo del ponte vecchio. Questo non affermiamo, né crediamo, perocché ci pare oppinione di pagani e d* aguri, e non di ragione, ma grande semplicità, ch^una sì fatta pietra potesse ciò adoperare; ma volgarmente si di- cea per gli antichi, che mutandola, convenia che la città avesse grande mutazione. B dissesi ancora per gli antichi, ch^e* Romani per consiglio de^ savi astro- lagi, al comùiciamento che rifondaron Firenze, pre- sono l'ascendente di tre gradi del segno dell' ariete, essendo il sole nel grado della sua esaltazione, e la pianeta di Mercurio congiunta a grado col sole, e la pianeta di Marti in buono aspetto delFascendente, ac- ciocché la città multiplicasse per potenzia d* arme, e di cavallerìa, e di popolo sollecito e procacciante in arti, e ricchezze, e mercatanzie, e germinasse d*assai figliuoli e grande popolo. E in quegli tempi, secondo che si dice, li antichi Romani e' tutti i Toscani e glltalici, tutto fossero cristiani battezzati, ancora te- neano certe orliquie^a costume di pagani, e seguieno i loro cominciamenti secondo la costellazione; con tutto che questo non si affermi per noi, perocché costella- zione non é di necessità, né può costringere il libe- ro arbitrio degli uomini né il giudicio di Dio, ma secondo i meriti e peccati de* popoli. Ma in alcuna operazione pare che si dimostra U influenza della co- stellazione detta, che la città di Firenze è sempre in grandi mutazioni e dissimulazioni' e in guerra, e tal- ora in vittoria, e talora il contrario, e sono i citta dini di queUa frequentati ' in mercatanzie e in arti. Ma la nostra oppinione é che le discordie e muta- zioni de^ Fiorentini sieno come dicemmo al comin- damento di questo trattato: la nostra' città fue popo- lata da due diversi popoli in ogni costume, siccome ftirono i nobili, e crudi, e aspri Romani e Fiesolani ; per la qual cosa non é maraviglia, se la nostra città é sempre in guerra e mutazioni e dissensioni e dis- simulazioni.
CAPITOLO II.
' V. A. reliquia, rìmssuglio, «vanzAtìccio
' Di$9ÌmvUuicne qui vale in genere /mgione, inganno :
come od libro K diètvimdafrt sta per faltr^icairt: A far
di$9imulart giffàUa moneta. Propriamentei dice il Bati(Inf.
29. 2), <{t0ffHiiHZa«M>iff h negar qoeUo che è vero, tmula-
sÙMM finger vero quello che non è.
' Frequintani o frequtntaire ian una casa vale ixnpiegar-
vÌ8Ì con frequenta, farla spesso; onde il part pass, fre-
^/[Hcntaiv alla lat. nel sign. suddetto.
Della forma e grandeguiy che fa redifeata la città di Firen^.
La città nuova di Firenze si cominciò a redill- care per gli Romani, come detto è di sopra, di pic- colo sito e giro, figurandola al modo di Roma, se^ condo la piccola impresa; e cominciossi dalla paiie di levante alla porta di S. Piero, la quale fu ove fu- rono le case di messer Bellincione Berti di Rovigna- ni, nobile e possente cittadino, tutto che oggi sieno venuti meno, onde per retaggio della contessa Guai- drada sua figliuola, e moglie del primo conte Guido, rimasero a' conti Guidi suoi discendenti, quando si feciono cittadini di Firenze, e poi le venderono a^ Cerchi Neri, uno casato di Firenze, e dalla detta porta fu uno borgo infino a san Piero maggiore, al modo di Roma, e da quella porta segtdrono le mura inver- so il duomo, come tiene oggi la grande ruga ' che va a San Giovanni infino al vescovado; e ivi avea un^altra porta che si chiamò porta del duomo, e chi la chiamò porta del vescovo ; e di fuori di quelhi porta fii edificata la chiesa di San Lorenzo, al modo ch'é in Roma San Lorenzo fuor le mura ; e dentro a quella porta é San Giovanni, siccome in Roma San Giovanni Lateraho. E poi conseguendo, come a Ro« ma, da quella parte fecero Santa Maria Maggiore; a poi da San Michele Berteldi infino alla terza porta di San Brancazio, ove sono oggi le caM de* Toma- qninci, e San Brancazio era fuori della città, e ap- presso San Paolo, a modo di Roma, dalP altro lato della città incontra San Piero, come in Roma. B poi dalla detta porta di San Brancazio conseguendo ov* è oggi la chiesa di Santa Trinità ch'aera fuori delle mn-* ra, e ivi presso, ebbe una postierìa chiamata porta rossa, che ancora a* nostri tempi la ruga ha ritenuto il nome. E poi si volgieno le mura ove sono oggi le case delli Scali per la via di 'Ferma inflno In porta Sante Marie, passato alquanto Mercato nuovo, e qneQa era la quarta mastra porta, la quale era allo^ncontro delle case che sono oggi degrinfangati dall^nna par- te, e di sopra alla detta porta era la chiesa di Santa Maria chiamata Sopra porta^ the poi quando si dis^ fece la detta porta, cresciuta la città, si trasmutò h detta chiesa dov^ é oggi E il borgo di Santo apo- stolo era di fuori della città, e così Santo Stefano al modo di Roma; e di là da Santo Stefano, in suUm ft-^ ne della ruga masb*a di porta Santa Mann, fecero e edificarono uno ponte con pile di macigni fondato, in Amo, che poi fu chiamato il ponte veodiia, ed è ancora; e fu assai più stretto che non è oni^ e fu il primo ponte che si facesse in Firenze, B dalla porta di Santa Maria seguieno le mura inflno al castello AU tafonte, eh* era in sul corno della città sopra il fiume d'Amo; seguendo poi dietro alla chiesa di San Piero Scheraggio, che così si chiamava per ano fossato, ovvero fogna, che ricoglieva quasi tutta Tacqaa pio- vana della città eh* andava in Amo, che si cbiamaTa lo scheraggio; e dietro alla chiesa di San Piero Sche-
' V. A. strada. Vedi anche in Bocc. Amet, 87.
DI GIOVANNI VILLANI.
4S
raggio avea una postierla che si chiamava porta Pe- ruzza, e di là seguivano le mura per la grande ruga infino alla via del Garbo, e ivi avea un^altra postier- la: e poi dietro alla Badia di Firenze ritornavano le mura alla porta San Piero. E di così piccolo sito si rifece la nuova Firenze con buone mura e spesse torri, con quattro porte mastre, ciò sono detta porta San Piero, porta del Duomo, porta San Brancazio, e porta Santa Maria, le quali erano quasi in una croce; e in mezzo della città era Santo Andrea al modo cornee in Roma, e Santa Maria in Campidoglio; e quello eh' è oggi Mercato vecchio, era il mercato di Campidoglio, «1 modo di Roma. E la città era partita in quartieri, ciò sono le dette quattro porte; ma poi quando si crebbe la città, si recoe a sei sesti, sic- come numero perfetto, che si aggiunse il sesto d'Ol- trarno dapoichè si abitò ; e disfatta la porta di Santa Maria, si levò il nome, e si divìse come vae la ma atra strada, e dalf una parte si fece il sesto di San Piero Scheraggio, e dall'altra parte quello di Borgo; ed alle tre prime porti ^ rimase il nome di sesti, sic- come hanno inflno a^ nostri tempi. E fecero capo il sesto d^Oltrarno, acciocché andasse in oste colla in- segna del ponte; e poi San Piero Scheraggio colla in- segna del carroccio, il quale carroccio di marmi fu recato da Fiesole, ed è nella fronte della detta chiesa di San Piero ; e poi Borgo colla insegna del becco, imperciocché in quello sesto stavano tutti i beccarì e di loro mestiere, ed erano a que*tempi molto innanzi nella città; San Brancazio appresso colla insegna della branca di leone, per lo nome; e porta del duomo ap- presso con la insegna del duomo ; e porta San Piero da sezzo colla insegna delle chiavi, e dove fu de'prì- mi sesti abitati in Firenze, fu messo allo andare deir oste' alla dietroguardia, imperciocché in quello sesto sempre avea la migliore cavalleria e gente d*ar- me della città anticamente.
CAPITOLO ffl.
Come Carlo Magno venne in Firenze e britilegiolla, e fece fare Santo Apostolo.
Rifatta la nuova città di Firenze nel piccolo spazio e forma, e nel tempo che detto é addietro, i capitani che v*erano per lo imperadore e per lo co- mune di Roma, V ordinaro di popolare di gente, e come anticamente alla prima edificazione di Firenze, Tordine fu fatto a Roma, che delle migliori schiatte de* Romani nobili e popolari vi dovessono rimanere per cittadini in Firenze, cosi fu fatto alla seconda re- parazione, e fu dato a ciascuno ricca possessione. E troviamo per le croniche di Francia, che poiché la città di Firenze fu rifatta per lo modo che detto é, Cario Magno imperadore e re di Francia, partitosi di
' Porta nel numero del più aveva doppia ascita: portt^ porti. Bocc oov. 79. 30: Non tu troveretH un altro di ^ aUe porti di Parigi. Fior. Ital P. N.: Cht moke volte U porti del tempio t* aprivano per loro medetimi.
3 Le ediz. citate leggono in otte e forse meglio. Inten- di: sì pose, t' institoi di andare in oste come cUetrogaar- dia.
Roma e tornandosi oltramonti, soggiornò in Firenze, e fece e tenne gran festa e solennità il dì della Pa- squa della resurrezione, gli anni di Cristo 805, e fece in Firenze assai cavalieri, e fece fondare la chie- sa di Santo Apostolo in borgo, e quella dotò ricca- mente a onore di Dio e de^Santi Apostoli; e alla sua partita di Firenze brivilegiò la città, e fece fìranco e libero il comune e' cittadini di Firenze, e tre miglia d^intomo, sanza pagare ninna taglia^ o spesa, salvo danari ventisei per focolare ciascuno anno. E per si- mile modo fece franchi tutti i cittadini d'intorno che dentro volessono tornare ad abitare, e' forestieri; per la qual cosa molti vi tornarono ad abitare; e in pic- colo tempo per lo buono sito e agiato luogo, per lo fiume, e per lo piano, la detta piccola Firenze fu bene popolata e forte di mura e dì fossi pieni d^ ac- qua. E ordinaro che la detta città si reggesse e go- vernasse al modo di Roma, cioè per due consoli e per lo consiglio di cento sanatori; e così si resse gran tempo, come appresso sarà menzione. Bene eb- bono lungo tempo i detti cittadini di Firenze molto affanno e guerra, sì per li Fiesolani ch'erano loro cosi di presso nemici, e sempre s' adastiavano, e erano in continua guerra insieme, e appresso per la venuta eh' e^ Saracini feciono in Italia al tempo degli imperadori franceschi, come addietro è fatta menzione, che molto affiissono il paese, e poi per le diverse mutazioni eh* ebbe Roma e tutta Italia, sì per le dis- cordie de' papi, e si degl' imperadori italiani, i quali furono in continua guerra colla Chiesa. Per la qual cosa il nome della città di Firenze e la sua forza stette per ispazio di dugento anni sanza potersi di- latare 0 crescere, stando ne' suoi piccoli termini. Ma con tutta la guerra e fatica, sempre multìplicava in popolo e in forza, e poco curavano la guerra de' Fie- solani, od altra avversitade di Toscana; che con tutto che la sna forza e signoria si stendesse poco di fuori della città, perocché '1 contado era tutto incastel- lato^ e occupato da nobili e possenti che non obbe- dieno la città, e tali erano colla città di Fiesole, pure la città dentro era unita de'cittadini, e era forte di sito e di mura e di fossi pieni d'acqua, e dentro alla detta piccola città ebbe in poco tempo appresso più di centocinquanta torri di cittadini, d'altezza di cen- toventi braccia l'una, sanza quelle della città; e per l'altezza delle molte torri ch'erano allora in Firenze, si dice, eh' ella si mostrava da lungi e di fuori la più bella e rigogliosa città del suo piccolo sito che si trovasse; e in questo spazio di tempo fn molto bene abitata e piena di palagi e di casamenti e grande po- polo, secondo il tempo d* allora. Lasceremo ora al- quanto de* fatti di Firenze, e brievemente racconte- remo gr imperadori italiani che regnarono in qne^ tempi, appresso la vacazione de* Franceschi, che e* è di nicessità, imperciocché per la loro signorìa mol- te mutazioni ebbe in Italia ; tornando poi a nostra materia.
' imposiiione. ^ pieno di caitelU.
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CRONICHE
CAPITOLO IV.
Carncy e perchè io ^mperio di Roma tornò
agV ìialiani.
Come noi avemo detto dinanzi, lo *inperio di Roma durò alla signoria de' Franceschi intorno di cento anni, nel quale tempo ebbe sette imperadori Franceschi da Carlo Magno inftno ad Arnolfo, che fu la fine de' Franceschi : e per cagione delle loro dis- cordie venne meno la loro potenzia e di Francia e d' Alamagna , com' è fatta menzione. E perchè non poteano aiutare la Chiesa e' Romani dalle ingiurie e forze de' possenti Lombardi, si ordinaro per dicreto che la degnità dello 'mperio non fosse più de' Fran- ceschi, ma tornasse agP Italiani. E *1 primo impera- dorè italiano fìi Luis figliuolo del re di Puglia, nato per madre della figliuola di Luis secondo imperadore che fu de' Romani e re di Francia, onde addietro è fatta menzione. Questi fu coronato nelli anni di Cri- sto 901, e regnò sei anni Questo Luis ebbe batta- glie con Berlinghieri che signoreggiava allora in Ita- lia, e cacciollo di signoria; ma poi il detto Luis fu preso a Verona e fùe accecato, e '1 detto Berlinghieri fu rimesso in signoria, e fatto imperadore in Italia, e regnò quattro anni, e molte battaglie ebbe co' Ro- mani, e fìi prode in arme. E al suo tempo fu il pri- mo re de' Romani in Alamagna, appresso la signorìa de' Franceschi , ch'ebbe nome Currado di Sassogna, sicché r uno regnava in Italia, e l'altro in Alamagna. B in questo tempo i Saracini passaro in Italia, e gua- stare Puglia e Calavra, e sparsonsi guastando per molte parti d'Italia infino a Roma; ma ivi da' Romani fìirono contastati e sconfitti, e tornarsi in Puglia. Dopo il detto Currado regnò in Alamagna Arrìgo suo fi- gliuolo duca di Sassogna, il quale fu padre del prìmo Otto, il primo imperadore d' Alamagna che signoreg- giasse in Italia, e fosse per lo papa consegrato, sic- come innanzi sarà menzione. Dopo il prìmo Berlinghierì detto di sopra che fu imperadore itidiano, imperìò il secondo Berlinghierì suo figliuolo nove anni. In questo tempo papa Giovanni decimo di Tosigliano con Albe- rigo marchese suo fratello, andaro in Puglia contro a' Saracini e con loro ebbono battaglia al fiume del Ga- rìgliano, e bene avventurosamente gli sconfissone, e cacciaro di Puglia^ Poi tornati a Roma, discordia nac- que tra '1 papa e '1 detto marchese, onde il marchese fu cacciato di Roma, il quale per cruccio mandò suoi ambasciadori agli Ungari, e feceli passare in Italia; i quali con grande moltitudine venuti, quasi tutta To- scana e terra di Roma distrussono e guastarono, uc- cidendo maschi e femmine, e ogni tesoro portarono via: ma poi da' Romani furono cacciati, e ogni anno, per vendetta, per gli Romani s' andava in Ungaria a guerreggiarìi. E appresso regnò Lottierì in Italia sette anni, e al suo tempo fu grande discordia e guerra in Italia, e la città di Genova fu presa e distrutta da'Sa- racini d'Aflnca, negli annidi Cristo 932 e uccisono e presono gli nomini, e tutto il loro tesoro e cose ne portaro in AflfHca. E l'anno dinanzi che i Saracini pas- sassero, apparve in Genova una fontana che largamente gittò sangue, il quale fu segno dclU loro futura di-
struzione. Appresso Lottieri regnò imperadore in Ita- lia il terzo Berlinghieri con Alberto suo figliuolo undici anni. Questi furono Romani, e signoreggiaro aspramente Italia : e prese Alunda imperadrìce, mo- glie che fu di Lottierì imperadore suo anticessore, e misela in pregione, acciocché non si maritasse a si- gnore che gli togliesse lo 'mperio e la signorìa per lo suo eretaggio.
CAPITOLO V.
Co0ie Otto primo di Sassogna passò in Italia a richesta della Chiesa^ e abbattè la signoria
degV imperadori italici.
Ha Otto re d' Alamagna a richiesta del papa e della Chiesa, per le discordie del detto Berlinghieri, e de' Romani, e de' tiranni d' Italia, si mosse d' Ala- magna passando in Italia con grande potenza, e cac- ciò dallo 'mperio Berlinghierì, e trasse di pregione la detta imperadrìce e isposolla a moglie nella città di Pavia, hi quale donna tue di grandi bellezze, ma poi il detto Berlinghieri tornò nella grazia d' Otto e rendégli la signoria di Lombardia, salvo la Marca Trì- vi^iana, e Verona, e Aquilea che ritenne a sé, e tor- nossi in Alamagna. E di là ebbe il detto Otto molte battaglie con gli Ungarì e sconfissegli e vinsegli e recò a sua signorìa. Ma dimorando lui in Alamagna, poi il detto Alberto figliuolo di Berlinghierì per soa forza e signorìa, col seguito de' nobili e possenti Romani fece fare papa Ottaviano suo figliuolo, che fu nominato papa Giovanni duodecimo, il quale fìi uo- mo di mala vita, tegnendo piuvìcamente' le femmine, e cacciava e uccellava come un uomo laico, e più cose ree e furìose fece; per la qual cosa i cardinali e '1 cherìcato di Roma e' prencipi d'Italia, per la ver^ gogna che '1 detto papa Giovanni facea a santa Chie- sa, e Berlinghierì dall'altra parte facea le ree opere in Lombardia, mandaro ambasciadorì segretamente per lo detto Otto re in Alamagna, che passasse ancora in Italia a correggere la chiesa, e addirìzzàre lo 'mpe- rio, che Berlinghieri e Alberto guastavano: il quale Otto con grande potenza venne in Lombardia, e presa il detto Berlinghierì, e mandollo in pregione in Ba- viera, e quivi vilmente fini sua vita. E Alberto si fuggi d' Italia per paura d'Otto, e il suo figliuolo papa Gio- vanni fu disposto; e nel detto Berlinghierì e Alberto suo figliuolo finì lo 'mperìo agP Italici, il quale per sei imperadorì era durato cinquantaqaatiro anni, poi- ché vacarono ' i Franceschi, e mai poi non (annullo imperadore d'Italia; e tornò lo 'mperìo agli Alamanni, come innanzi faremo menzione, e ciò fu negli anni di Cristo intorno di 955. In quello tempo che re- gnarono nello 'mperìo i Franceschi, e poi gl'Italiani, appresso la morte del buono Carlo Magno, aiolte di- verse mutazioni ebbe nella Chiesa, che talora furono due papi a un'ora, e talora tre; e eac-eiando Tmio l'altro, e faccende morire, e talora acciecare, per la forza eh' aveano l' uno più che V altro , chi dal- lo'mperadore che regnava, e chi da'possenti Romani e
pabblicAm«nt«. ^ mancarono.
DI ClOVANWr VILLANI.
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4i^i altri tiriDiii d' Italia, oìide grande lempo f\i in
Irìbolauone e in scisma la Chiesa; e con queste molte
perre, dissensioni e battaglie ebbe per tutta Italia in
diversi tenpi. Per la qual cosa lo stato e signoria de'
Romani venne ogni dì calando e diminuendo, onde la
BOi^ città di Firenze eh* era camera de'romani e
dello 'mperìo, per le sopraddette guerre e afflizioni
non potea spirare ' né mostrare sue forze in tutto il
detto tempo; perocché i Fiesolani nimici di loro così
Tieìm, sempre teneano con gV imperadori e con gli
allri signori e^ tiranni ch'erano mbelli e nimici della
Chiesa e de" Romani ; e' Fiesolani la città di Firenze
ooatùrao ftceano guerreggiare e guerreggiaTano, ac-
docdiè Firenze non potesse né crescere né sopram-
■onttre • loro. Ma come piacque a Dio, con tutta la
gverra óé* Fiesolani, e degK altri imperadori e ribelli
de^Rooaani, la città di Firenze sempre cresceva a
poco a poco e multipHeava, e Fiesole venia calando
e diminuendo, e molta buona genie di Fiesole 1a- sciaro r abitare della città del poggio, e tomaro al- l'agio del piano e del fiume ad abitare in Firenze, imparentandosi co' Fiorentini, e maggiormente quando cessò la signoria degK imperadori italiani e tornò agli imperadori d'Alamagna, i quali erano fedeli e divoti di santa Chiesa, e abbatterò i tiranni di Toscana e di Lombardia : e in quelli tempi la città di Firenze crebbe e allargossi assai, e vinse per ingegno di guerra la città di Fiesole e disfecela, come innanzi si farà menzione. Lasceremo al presente a parlar di ciò, infino che tempo sarà, e comìncieremo il quarto libro, come lo 'mperio di Roma tornò agli Alamanni, e quelli che regnaro per li tempi, e quello che fecero, mischiandovi tuttora le storie e' fatti de' Fiorentini, come incorsono nella loro signoria, che ne fia di ne- cessità, a volerle dirittamente ritrarre e raccontare.
LIBRO QUARTO
CAPITOLO I.
CoMe reiezione dello *tnperio di Roma aerine agli
Alamanni, e come Otto primo di Sassogna fu
eomegralo imperadore.
Begnando nel papato Giovanni duodecimo fi- ssele à* Alberto imperadore, come addietro é fatta ■eniove, e guastando la Chiesa per le sue ree o- pere, Aie per parte de'cardinali rimandato per Otto re d^Alamagna per levare il detto papa di signoria, e fare hi imperadore, per la qual c^sa il detto papa, sap- pieodo dò, a Giovanni suo diacono cardinale ch'avea ordinalo ciò e trattato fece mozzare il naso, e a un ijtro ^ovannì suddiacono eh' avea scritto le lettere fece tagliare la mano. Per la qnal cosa, e per le pes- sime opere di Berlinghierì e d' Alberto, le quali fa- eeaio ia Lombardia e in Toscana, Otto con tutta sua Ibna passò ancora in Italia, e abbatté al tutto la si-